Romantic hero(2)



La giusta punizione per il mio compiacimento.

Ora, a distanza di quattro settimane, la mia fiducia nell’amore non è più così granitica. Sto seduta al tavolo della cucina a osservare il portatile, cercando invano di scrivere qualcosa. Le dita indugiano a mezz’aria, smaniose di pigiare i tasti di scelta rapida, di trasformare le lettere in parole, le parole in frasi, le frasi in capitoli, e i capitoli nell’ultimo volume della saga di Bedlam Creek, che dovrebbe arrivare sulla scrivania del mio editore tra diciassette giorni esatti.

?Andiamo, ragazzi? sussurro, supplicando i miei personaggi di dire, fare, provare o pensare qualcosa, qualunque cosa, nella speranza che mi arrivi almeno un pizzico di ispirazione. ?La consegna si avvicina!?

Ma la mia protagonista Cassidy Oakley e il suo eroe romantico Ethan Calhoun non muovono un dito: se ne restano immobili come statue nella scena finale dell’ultimo volume che ho scritto.

L’immagine nella mia testa, in genere vividissima durante il processo creativo, è sbiadita a una scala di grigi completamente statica. La mia amata Cassidy è muta, paralizzata. Il film nella mia mente è bloccato, e di conseguenza le parole non giungono.

Arranco fino al ripiano della cucina per prepararmi una tazza di tè e intravedo la mia immagine riflessa sul lustro bollitore cromato. Il viso – ormai costantemente rigato di lacrime – è incupito e chiazzato, i lunghi capelli biondo scuro sono un groviglio stopposo, manca poco che le sopracciglia diventino un monociglio.

Sbuffo. In questi giorni sono proprio una lagna: mi trascino per casa lasciandomi dietro una scia di fazzoletti zuppi di lacrime. E poi, com’è ovvio, c’è la vergogna cocente che segue inevitabilmente i pianti e gli strascinamenti: una donna più grintosa, audace e indipendente sfrutterebbe questa rottura come catalizzatore per migliorarsi, come un’opportunità per crescere, per ricominciare da capo. Vorrei tanto essere quel genere di donna. Mi piacerebbe essere quel genere di donna. Dio solo sa quanto ci ho provato, ma a quanto pare non ce la faccio proprio a causa, insomma, del mio carattere.

Faccio un respiro profondo e provo a tirare fuori un po’ di combattività. Un pizzico di ottimismo o di energia, qualsiasi cosa che non sia questa penosa e stucchevole inerzia in cui sguazzo da un mese.

?Riprenditi, Gert!? redarguisco il riflesso distorto sul bollitore. ?Sii forte! Che cosa farebbe un’impavida eroina in una situazione simile? Che cosa farebbe Florence Pugh??

In risposta sgorga una nuova ondata di lacrime, stavolta accompagnata da un disgustoso moccio al naso.

Ecco. Alla faccia dell’eroina.





2




NON è semplice ritrovarmi di punto in bianco single quando ho sempre conosciuto solo la vita a due. Avendo trascorso tutta la mia esistenza a fare da fedele spalla alla mia sorellona Josie, ho imparato che destreggiarsi nella vita in due è meglio sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Il suo coraggio compensava la mia ritrosia. La mia stabilità (il più delle volte) la teneva lontana dai guai. La mia inclinazione naturale a stare dietro le quinte faceva da contraltare alla sua tendenza a conquistare i riflettori. Lei adorava cucinare, io mangiare; una era lo Yin, l’altra lo Yang. C’era un equilibrio perfetto. Vivere insieme a Josie raddoppiava la felicità e dimezzava il dolore. A me pareva logico. ? chiaro che due è meglio di uno. Perciò, quando Josie è morta e dieci giorni dopo ho conosciuto il bell’Henry sicuro di sé, mi è parso naturale, consolatorio e assolutamente distraente iniziare a fare da fedele spalla a lui. Ma adesso se n’è andato anche Henry. Ed essendo io una persona che si sente completa solo in coppia, la scomparsa improvvisa della mia metà mi ha mandata in tilt. Sono il cinquanta per cento di quello che ero. Insomma, sono andata un po’ fuori di testa.

Ecco tre esempi di cose un po’ assurde che faccio da quando Henry ha lasciato casa il mese scorso:

Indosso gli occhiali da sole graduati in casa dal mattino alla sera perché l’estate è la stagione più romantica di tutte e questo implacabile sole di agosto mi risulta odioso, beffardo e insopportabile. Ogni volta che inforco gli occhiali mi metto a cantare: ?Hello darkness, my old friend? e per qualche secondo mi sento un po’ meglio.

Ogni sera bevo come minimo quattro potentissimi cocktail home made (barcamenandomi tra le ricette da lockdown di Stanley Tucci), ordino qualche pietanza a base di carne da asporto, infilo le cuffie e ascolto End of the Road dei Boyz II Men. Dopodiché mi struggo in giro per casa, mangiando la carne tra uno sbuffo sconsolato e l’altro.

Nascondo alla mia agente Bridget che sto facendo una fatica boia a buttare giù anche solo una parola dell’ultimo volume della saga di Bedlam Creek. Che dev’essere consegnato inderogabilmente tra meno di due settimane. E per il quale ho già ricevuto un acconto.



Il fatto poi che io lavori da casa e che ogni singolo cantuccio mi ricordi l’amato Henry non aiuta: il tavolo traballante in cucina dove si sedeva tutte le mattine per annotare sull’agenda con la copertina in pelle i punti salienti del romanzo che sarebbe finito nella longlist del Booker Prize; il letto sul quale ha sparpagliato centinaia di petali di rosa freschi per farmi una sorpresa a San Valentino; la poltrona in velluto verde oliva dove mi faceva accoccolare sulle sue gambe e schiacciava il viso sul mio collo per dirmi che avevo il profumo più buono del mondo, persino più buono dei fiammiferi bruciati (il suo preferito in assoluto). Lì sul frigo c’è l’invito al weekend di festeggiamenti per il quarantesimo compleanno del suo migliore amico Jim, al quale non vedevo l’ora di andare perché adoro l’atmosfera romantica degli hotel sciccosi.

Kirsty Greenwood's Books