Romantic hero(9)
Appoggio il mazzo di fiori di camomilla al cancello monumentale, poi mi siedo per terra a gambe incrociate reggendomi a un montante del muro perimetrale. Estraggo il cellulare dalla borsa e con un dito tremante premo il tasto per avviare una videochiamata. Non so perché lo faccio, visto che da quando se n’è andato di casa non ha mai risposto a una mia telefonata, ma con mio grande stupore e sollievo stavolta risponde.
Il suo bel viso spunta sullo schermo e immediatamente il mio cuore si riempie di nostalgia.
?Ehi, Hen.? Gli faccio un timido salutino impacciato con la mano. Lui ricambia.
Accidenti, quanto mi manca. Quanto mi manca quello che avevamo. Fa male. Fa proprio male fisicamente.
?Ciao, Gert? risponde lui, scostando i capelli castano chiaro dalla fronte. Sta passeggiando in una strada trafficata da qualche parte a Mayfair. Il suo migliore amico Jim abita lì.
?Sei andato a trovare Jim?? gli domando. ?Come sta??
?Ah, sì sì. Jim. Sta benissimo. ? tutto preso dai preparativi per la festa di compleanno. Sarà un weekend pazzesco. A quanto pare vicino all’hotel c’è un allevamento di alpaca e Jim vuole far indossare loro papillon in pendant con il suo? risponde con una risata. ?A dir poco stravagante. Proprio come lui.?
Scoppio a ridere, quanto mai avvilita al pensiero che me la perderò. Adoro le feste di compleanno. Adoro gli alpaca. E probabilmente adorerei degli alpaca infiocchettati.
?Mi fa piacere che tu abbia risposto? dico cercando di contenere il tremolio che ho nella voce. ?Non pensavo che…?
?Il compleanno di Josie…? mi interrompe.
?Te lo sei ricordato.?
?Il 20 agosto. Lo stesso giorno in cui ho ottenuto il mio primo contratto editoriale. Come potrei dimenticarmene? Come stai?? Guarda dritto all’obiettivo, i grandi occhi azzurri e teneri nascosti dagli occhiali con la montatura a tartaruga. Vorrei da morire trapassare il telefono e toccarlo. Sentire il familiare tepore rasserenante del suo collo sul palmo, inspirare il fresco profumo dell’ammorbidente sprigionato dalla camicia di lino. Perdermi tra le sue braccia e mettere in pausa la mia disperazione, come mi sono persa tra le sue braccia nelle settimane e nei mesi successivi alla morte di Josie.
??… ?… ? dura? rispondo. ?Ho riprovato ad andare al cimitero, ma…?
?Oh cazzo, Gert. Un secondo. Scusami tanto.? Henry allontana il cellulare dal viso, distratto da qualcosa. ?Mi sta arrivando un’altra chiamata. Cazzo, pessimo tempismo. ?, ehm, la mia editrice. Aspettavo una sua telefonata. Posso richiamarti dopo? Scusami, Gert. Ti richiamo appena posso. Cazzo. Sii forte, okay? Ce la puoi fare. Un abbraccione.?
E poi con un bip lo schermo diventa nero e l’unica cosa che mi restituisce è il riflesso del mio viso abbattuto.
Avverto un lieve malessere allo stomaco. Provo a sedarlo, dicendomi che probabilmente Henry non poteva ignorare una telefonata giunta nel bel mezzo della nostra conversazione. Dopo il flop del suo secondo libro, se l’editrice lo ha chiamato anziché mandargli un’e-mail, sarà una questione urgente. ? chiaro che doveva rispondere. Ripongo il cellulare nella borsa, annuendo tra me e me. Henry sa quanto ero legata a Josie. Se non lo avessi incontrato in quel momento, subito dopo la sua morte, chissà che fine avrei fatto.
Mi richiamerà dopo. Lo ha detto lui. Avrò modo di parlargli con calma. ? positivo. Un buon segno.
Il pensiero di poter riparlare con lui mi infonde abbastanza energia da tirarmi su dal terreno lercio e rimettermi in piedi. Infilo gli auricolari, metto la musica a palla e mi incammino verso il parcheggio.
A casa, dopo un bagno ristoratore, durante il quale con mio grande orgoglio riesco a contenere i pianti, mi rendo conto che tutti gli asciugamani puliti sono ancora nell’asciugatrice. Rinforco gli occhiali e mi fiondo nuda a prenderne uno, quando a metà strada, quasi al rallentatore, mi accorgo che seduto sul divano c’è un tizio strano.
Un cowboy, per la precisione.
7
UN cowboy.
Un cowboy a petto nudo. I grossi muscoli bruniti dal sole sono in bella mostra, ricoperti di lividi e di quelli che a una prima occhiata sembrano sbaffi di carbone.
Non mi metto a urlare. Ho sempre pensato che mi sarei messa a urlare in una situazione del genere (ossia in caso di un’intrusione, la comparsa improvvisa di un cowboy in soggiorno, il mio possibile e imminente omicidio). Invece agguanto la prima cosa che mi capita a tiro per coprire le nudità. Ovviamente è il basco rosso con un ragno che ho appena acquistato dalla signora Casablancas. Una delle zampe realizzate con gli scovolini mi punge l’interno coscia. Ahia.
?Ti prego, vattene? dico allo sconosciuto, la voce tremante di almeno due ottave più acuta del solito. ?Non… Non so cosa ci fai a casa mia e che cosa cerchi, ma sei nel posto sbagliato e devi andartene subito.?
Come avrà fatto a entrare? Lancio uno sguardo alla porta d’ingresso, chiusa a chiave dall’interno come sempre. La finestra è aperta, ma abito al quarto piano. Non… Non si sarà mica arrampicato su per il muro del palazzo?
L’uomo mi guarda negli occhi, l’espressione imperscrutabile sotto l’ombra gettata dal cappello Stetson da cowboy. Sbatte le palpebre come se si fosse appena svegliato, distogliendo subito lo sguardo dal mio corpo nudo, un gesto che mi pare stranamente rispettoso per uno che si introduce nella casa di qualcuno con il proposito di ammazzarlo. Magari non è un assassino… Che sia un topo d’appartamento?