Romantic hero(3)
E poi, accanto al bovindo, c’è il punto in cui piangendo Henry mi ha detto che non gli bastavo più. Che non gli davo più stimoli. Che il nostro costante stare rintanati come in un bozzolo gli aveva intorpidito il cervello. Che la mia vita aveva iniziato a ruotare a tal punto intorno a lui che a volte si sentiva obbligato ad amarmi solo per tutto l’amore che provavo io. E dove poi mi ha annunciato che dovevamo separarci per un po’. Ahia.
Qui invece, accanto alla locandina di Stregata dalla luna incorniciata alla parete, è dove io l’ho supplicato di non andarsene. Dove l’ho osservato, paralizzata dal terrore, infilare la porta con la valigia che aveva già preparato.
Ovviamente ho provato a uscire di casa per scrivere in un bar della zona, alla London Library o su una panchina al parco. Una volta sono andata persino alla cattedrale di Winchester, visto che c’è sepolta Jane Austen e pensavo potesse darmi qualche ispirazione. Ma non è servito a nulla. Non ho scritto neanche una parola e ho finito solo per buttare soldi in bevande, biglietti della metro e gadget di Jane Austen acquistati nel negozio di souvenir della cattedrale.
Proverei anche a spostare il portatile in un altro punto della casa, ma abitando in un monolocale non ho scampo: sono costantemente assediata dai ricordi. Dai promemoria di un amore perduto che mi ha portata a questo circolo vizioso di Boyz II Men/struggimenti/piatti di carne che, sotto sotto, so benissimo essere deleterio in modi insondabili.
Lo schermo del cellulare si illumina. ? la telefonata settimanale della mia agente Bridget per capire come procedono le cose. Dovrei rispondere. Devo rispondere.
Rifiuto la chiamata.
Qualche secondo dopo mi arriva un’e-mail.
Solo un rapido aggiornamento! Senza stress, ma… tutto a posto, Gertie? Ti fai sentire poco e pensavo che a quest’ora mi avresti già mandato qualche pagina. A ogni modo, ho chiesto a quelli di Rockford Press se intendono metterci sotto contratto per una nuova saga, ma Eleanor vuole prima vedere quanto venderà il capitolo finale di Bedlam Creek. Soprattutto dopo che l’ultimo romanzo ha venduto meno di quanto speravamo. Quindi questo deve proprio fare il botto! Senza stress, però!
Osservo il pavimento per almeno un minuto, poi rispondo.
Ehi, Bridget! Sto scrivendo alla London Library e non posso rispondere al telefono, altrimenti il bibliotecario mi ammazza. Comunque va tutto bene! Ti scrivo a brevissimo. Baci.
Dopodiché arranco in cucina, prendo una tazza dalla mensola e apro la credenza dove tengo gli alcolici.
Dammi quello che vuoi, Stanley Tucci.
3
L’INDOMANI mattina vengo svegliata dai colpi alla porta della signora Casablancas, la mia vicina di casa. So che è lei perché oggigiorno nessun altro si presenta a casa di qualcuno senza avvisare, e anche perché sta urlando dal buco della serratura.
?Gertie! Sono io, cara, la signora Casablancas! Aprimi!? Le sue urla sono accompagnate da un singolo latrato deciso di Squish, lo scalmanato incrocio tra un carlino e un chihuahua che, in fondo, la mia vicina rimpiange di aver adottato qualche settimana fa.
Controvoglia scendo dal letto e il cocktail extra che mi sono scolata ieri sera si fa sentire con un martellio alla testa.
?Un secondo, signora Casablancas!? rispondo con voce roca.
Aprendo a fatica gli occhi cisposi, infilo gli occhiali da sole graduati e la vestaglia, e mi trascino per i due metri che mi separano dalla porta. La spalanco e mi trovo davanti la mia vicina con indosso un lungo abito viola svolazzante con delle roselline rosa ricamate a mano e un enorme Tupperware tra le mani. Squish le passa accanto come una scheggia per fiondarsi verso il mio vaso in pietra, e una volta lì alza una zampa, si inclina pericolosamente a sinistra e svuota la vescica.
?No, Squish!? interviene la signora Casablancas con la voce stanca di chi ha già ripetuto invano la stessa cosa centomila volte. ?Mi dispiace tantissimo, Gertie!?
?Lo fa anche a casa sua?? rispondo con una smorfia prima di prendere la carta da cucina per pulire.
?No! Mi mordicchia le ciabatte, mi ruba i panini al roastbeef e, come ben sai, abbaia ogni volta che sente la sigla di Una mamma per amica, ma non fa mai la pipì in casa. Sarà per il terriccio che usi per il ficus. L’odore gli darà l’impressione di stare all’aperto.?
?? una pianta finta.?
?Sul serio? Caspita. Pare vera. Probabilmente inganna anche lui.?
Mi viene in mente che potrei chiederle di tenere Squish al guinzaglio quando viene da me, ma da quando Henry se n’è andato, e i miei personaggi hanno smesso di parlarmi, la compagnia della signora Casablancas è l’unica consolazione che ho. Non voglio dire qualcosa che la spinga a non venire più… resterei davvero sola come un cane. Prendo in braccio il corpicino cicciotto di Squish, che inizia a leccarmi il naso e a strusciare una guancia contro la mia.
?E va bene, se fai così ti perdono? sussurro godendomi il tepore del pelo sul viso. Non appena confesso il mio affetto, il cagnetto decide che è stufo e prende a dimenarsi per tornare a terra e andare di corsa a fiutare ogni centimetro quadrato di casa mia.
?Hai il cuore troppo tenero? mi dice la signora Casablancas alzando gli occhi al cielo. ?Come me. Non c’è da stupirsi che sia così monello.? Molla il contenitore sul tavolo della cucina e piazza le mani sui fianchi.
La signora Casablancas somiglia a una torre di anelli impilabili per bambini che sorride. Ogni parte del suo corpo è perfettamente e gradevolmente sferica: la testa, il seno, gli occhi, la pancetta, i riccioli argentei, le caviglie, persino le mani ricoperte di anelli d’oro che le strizzano le falangi come salsicciotti. Insegnava Ingegneria chimica all’Imperial College di Londra, ma da quando è andata in pensione due anni fa si è lanciata in attività più creative.