Thornbird(49)
?Aspetta. Fermati qui? gli dico quando sta per imboccare il vialetto.
Chase rallenta e si ferma. ?Perché??
Indico la moto e scivolo giù dalla sella. ?Troppo rumore. Non voglio svegliare i miei zii.?
Spegne il motore. Il silenzio improvviso è quasi sconvolgente. Non sento neanche il canto dei grilli. ?Meglio??
Annuisco e gli passo il casco. ?Grazie per il passaggio.? Mi volto per andarmene, ma i miei piedi non si muovono. Sarà perché è morto mio padre e ho cose più importanti a cui pensare, fatto sta che trovo il coraggio di chiedergli: ?Perché non ti piaccio??
?Chi l’ha detto??
?Ho l’impressione che mi detesti.?
Chase rimane in silenzio per un istante e si infila il casco. ?Non mi fido di te, tutto qui. Non mi piace come guardi Everett.?
A questo non avevo mai pensato. Ero convinta di guardare tutti allo stesso modo, incluso lui. ?Che intendi? Come lo guardo??
?Come una che vuole fargli del male.? Un colpo al pedale e il motore ruggisce nella notte. Fa una rapida inversione. Un attimo dopo, le luci della moto si perdono tra gli alberi.
Deglutisco e mi incammino sul vialetto ripensando alle sue parole. Mi detesta perché pensa che farò del male a Everett?
Non sa quanto si sbaglia. Non farò del male a Everett.
L’ho già fatto.
www.FreeTheSparrows.com
Thorn, Lettere dalla prigione, n. 3
Fonte: Il caso Gabriel Thorn, documentario della ABC.
Passerottino mio,
c’è un ricordo a cui penso spesso. Uno dei miei preferiti, e forse anche uno dei tuoi. Il giorno del tuo sesto compleanno. Ricordi quel pomeriggio? Il prato? Eravamo io, te e il sole che filtrava tra i rami degli alberi, come polvere d’oro sparsa ovunque. Eri piccola ma sveglissima, curiosa di tutto. Penso a quel giorno come a un giorno perfetto, sospeso nel tempo.
Ascoltavamo i canti degli uccelli intorno a noi. E tu continuavi a chiedermi: papà, quello che uccellino è? E quello? E quello? Eri instancabile. La mia piccola birdwatcher acuta come un falco.
Vedemmo uno scricciolo della Carolina che saltellava vicino all’erba alta, sembrava che cinguettasse solo per noi. E tu cercavi di imitarlo, con quel piccolo fischio che riecheggiava tra gli alberi. Ricordi il cardinale rosso che ci guardava? Lo chiamavi Signor Rosso. Come fosse un tuo vecchio amico. Noi camminavamo e lui ci osservava, saltellando da un ramo all’altro quasi volesse guidarci.
Restammo lì finché il sole non sparì dietro gli alberi. Gli uccellini avevano smesso di cantare, ma tu non volevi andare. Volevi ascoltare un’ultima canzone. Solo un’altra, papà. Non sai cosa darei per tornare a quel momento, per vederti così piccola, così felice.
Tieniti stretto quel ricordo, Gabby. Fu un bel giorno. Forse uno dei migliori. Solo tu, io, gli uccellini, il canto degli alberi e il nostro prato. Nient’altro al mondo.
Con amore,
Papà
19
Marcisci all’inferno
SABATO mattina, un pensiero mi colpisce con la forza di un macigno.
Mio padre è morto.
L’uomo che mi ha messo al mondo se n’è andato, per sempre. Dopo tutti questi anni. Si è ucciso con le sue stesse mani.
Prima ero come anestetizzata, insensibile. Stamattina, però, ho la consapevolezza della sua morte piantata nel cuore. E non se ne va. Mi tornano in mente mille ricordi felici. Passo quasi tutto il weekend a letto. Non voglio mangiare, lavarmi, affrontare il mondo. Sabato sera, i miei cugini capiscono che c’è qualcosa che non va. Domenica mattina decidono di intervenire.
Jasmine entra in camera ed esclama: ?Oh mio Dio, non dirmi che stai ancora male!?
Annuisco. Le ho detto che forse era influenza, e mi ha creduto. Mi ha pure portato delle medicine e un cuscino in più, da brava infermiera, e ieri ha dormito sul divano per evitare contagi. ? stato bello finché è durato, immagino.
?Mi fai preoccupare. Che succede??
?Sono solo stanca? mormoro in tono apatico.
Se ne va. Qualche minuto dopo, mentre sono sdraiata a fissare il soffitto, qualcuno bussa alla porta. ? Dan. Si affaccia in camera e dice: ?Vestiti, su. Ti serve un po’ d’aria. Andiamo a fare un giro?.
Per quanto detesti l’idea di uscire dal mio bozzolo, la sua espressione mi fa capire che devo obbedire e basta. In realtà, non ha tutti i torti. Non posso nascondermi qui dentro per sempre, e non mi dispiacerebbe prendere un po’ d’aria. Mi infilo una tuta e lo raggiungo sotto il portico.
Dopo cinque minuti di macchina mi sembra di essere in viaggio da un’eternità. Dan mi aggiorna sul lavoro alla Anders Home e sul nuovo programma di terapia di gruppo che ultimamente gestisce in riformatorio. ? davvero ammirevole che voglia aiutare quei ragazzi in un momento difficile della loro vita, ma non riesco ad ascoltare una parola di quello che dice.
Quando il pickup imbocca una strada a dir poco familiare, tutto acquista un senso.
Non riesco nemmeno a girarmi verso il finestrino. Guardare la mia casa d’infanzia sarebbe un tradimento. Nei confronti di chi, non saprei. Mi sorprende che non sia piena di fan del true crime. Di cittadini in festa. E io che mi aspettavo di trovarli a esultare, a sfilare qui davanti e urlare: ?Il mostro è morto!? Invece il posto è deserto, immerso nel silenzio.