Thornbird by E. Kennedy
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Il nono cerchio dell’inferno
APPOGGIO la fronte contro il finestrino e abbasso lo sguardo sugli alberi e le montagne. A mano a mano che l’aereo scende verso la pista, i prati e i tetti delle baite si fanno sempre più nitidi. In testa mi risuona il riff di chitarra di Sweet Home Alabama.
In realtà sto atterrando in Tennessee. Ma il punto è proprio questo: sia l’Alabama sia il Tennessee sono due Stati del Sud. Al cento per cento.
Io invece no.
Cioè, un tempo sì. Ma sono passati così tanti anni che quasi non me lo ricordo più.
Gioco nervosamente con il ciondolo appeso al collo. Un leggero bump, bump, bump, e scivoliamo sulla pista di atterraggio. Nonostante lo scalo di un’ora a Charlotte, il volo da Allentown, Pennsylvania, si è concluso senza intoppi.
Il pilota ci guida verso il gate. Nel frattempo, tolgo la modalità aereo per vedere i messaggi.
Ce n’è uno della signora Callan, l’assistente sociale che mi ha accompagnata in aeroporto. Scrivimi quando arrivi, per sapere se è andato tutto bene.
Jess mi ha mandato una sfilza di emoji che piangono e mi ha detto che sente già la mia mancanza.
Marco, un cuore rosso e un Buona fortuna, laggiù.
Tutto qui.
Serro le labbra. Vorrei poter dire di avere un sacco di amici alla Liberty High, ma Jess e Marco sono gli unici. Nessun mega party d’addio. Nessuno è stato tanto generoso da offrirmi un letto dopo la morte della nonna per permettermi di finire l’ultimo anno di scuola. Jess neanche ci ha provato con sua madre, ma non la biasimo. Lo sapevamo entrambe che non si poteva fare: quella donna riesce a malapena a portare il pane in tavola, e di certo non può permettersi di sfamare una che non è nemmeno di famiglia.
E quindi sono stata spedita...
Qui. Al nono cerchio dell’inferno.
Altrimenti noto come Starling, Tennessee.
Mentre gli altri passeggeri si incamminano verso l’uscita, prendo le cuffie e faccio partire una canzone di Dua Lipa. Zaino in spalla, mi metto in fila e li seguo fino al ritiro bagagli.
Siamo fermi in attesa. Molti sono concentrati sul televisore appeso al soffitto, vicino al tabellone arrivi e partenze. C’è il telegiornale. Perfetto per chi vuole morire di noia, ma io non ci tengo, grazie.
Sto giusto per distogliere lo sguardo, quando appare una foto che mi fa gelare il sangue.
? un uomo con i capelli brizzolati e la barba. Ha una tuta arancione, le manette ai polsi e la testa china per non farsi guardare in faccia. Tanto è inutile. Conosco quel volto. Molto meglio di quel branco di schizzati che passano il tempo attaccati alla tv e seguono ossessivamente il caso da dieci anni.
Una scritta appare in sovrimpressione.
RESPINTO ULTIMO APPELLO DI GABRIEL THORN. ESECUZIONE FISSATA QUESTO MESE.
Ho lo stomaco sottosopra, e non per colpa dell’orribile caffè che ho bevuto in volo.
Per un istante, sono di nuovo bambina. Guardo i miei genitori che ballano scalzi, spensierati, sull’erba verde dell’estate. Intorno a noi, casette per uccelli di mille colori ondeggiano al vento. Io sono stesa sul prato, i piedi nudi nella terra e un sorriso sulle labbra, a godermi le loro risate.
Bei tempi.
Un uomo d’affari accanto a me mormora: ?Ma fatelo crepare e basta?.
Deglutisco a fatica mentre sullo schermo appaiono altre didascalie.
...RIFIUTA ANCORA DI RIVELARE DOVE SONO OCCULTATI I CORPI DELLE SUE VITTIME, IMPEDENDO ALLE FAMIGLIE DI TROVARE PACE.
Il brusio che mi raggiunge è un misto di disgusto e disapprovazione, unito a una finta parola di compassione per le vittime. Magari sono dispiaciuti davvero, chissà. Sono cinica di natura, a volte mi dimentico che c’è gente a cui importa sul serio degli altri. Saranno pochissimi, immagino. Ma qualcuno ci dev’essere.
?Non ci credo, che figlio di puttana? sbotta l’uomo davanti a me, rivolto alla moglie. ?Vuole portarsi il segreto nella tomba. Quello è psicopatico, altro che.?
?Dovrebbe alleggerirsi la coscienza? commenta lei. Ha un crocifisso stretto tra le dita.
Un allarme, e la luce del nastro trasportatore inizia a lampeggiare. Mi allontano dalla folla con un sospiro di sollievo, pronta a prendere la valigia e andarmene via di qui.
Ma questo non mi impedisce di sentire le loro voci. Le loro condanne.
?Lo schifo più totale.?
?Un rifiuto umano.?
?Bastardo egoista.?
?Ci sarà ancora qualche speranza di trovare i corpi??
L’uomo d’affari si sposta al mio fianco e osserva le valigie che scorrono silenziose sul nastro.
?Trovare i corpi?? mormora con amarezza, senza rivolgersi a qualcuno in particolare. ?Hanno setacciato quel lago per mesi. Hanno scavato in tutta la foresta. Niente. Quelle sei famiglie non avranno mai pace.?
Sette, penso tra me e me. Sette famiglie.
Dimenticano sempre l’ultima vittima. Mia madre.
Forse perché avrebbe dovuto fermarlo e non l’ha fatto.
Ma questo non significa che la nostra famiglia abbia sofferto meno delle altre. Anzi, io ho sofferto anche di più. Quella notte ho perso entrambi i genitori. Ma non ne posso parlare, perché quella era la vecchia me, una ragazza di nome Gabrielle Thorn. E io non sono più lei.
I primi tempi non è stato facile abituarmi alla mia nuova identità. Dimenticavo sempre il mio nome, anche se me l’ero scelto io. Scommetto che la nonna si è pentita amaramente di aver dato una responsabilità così grande a una bambina. All’epoca pensava che mi avrebbe fatto stare meglio, immagino. Ehi, Gabs, mamma è morta, papà è un mostro e la tua vita come la conosci non esiste più. Scegli un nome, quello che vuoi!