Romantic hero(82)



Osservo la sala d’attesa. Tutti i presenti hanno una faccia da funerale, e i pochi che riescono a guardarsi intorno fissano River.

?Puoi toglierti il cappello?? gli chiedo. ?Ci fissano tutti e mi sento a disagio.?

?Lo farebbero anche se me lo togliessi? mi risponde con calma.

?No no. ? che hai proprio l’aspetto di un cowboy, ma il nastro di paillettes sul cappello c’entra come i cavoli a merenda.?

?A me piace.?

?Ma così ti fissano tutti? sbotto. Il dolore mi rende irritabile.

River sospira. ?Va bene, ma… ci fisseranno comunque. Va sempre così.?

Si toglie il cappello, lo appoggia sulle ginocchia, i setosi capelli castani gli ricadono sulla fronte. Iniziano a guardarlo ancora più persone.

Scrolla le spalle come a dire: Che cosa ci posso fare?

Santa miseria.


Dopo i raggi che confermano una piccola frattura alla caviglia, vengo portata in sedia a rotelle in un’altra sala nell’attesa che un medico mi prescriva un antidolorifico più forte.

?Vai a prenderti un caffè? dico a River. ?A prendere una boccata d’aria.?

Scuote la testa. ?Preferisco restare qui con te.?

?Sul serio, risparmiatelo. ? uno strazio.? Indico un manifesto alla parete. ?Me la caverò. Leggerò per la decima volta queste interessanti raccomandazioni su come lavare le mani.?

?Non ti lascio, Gertie.?

Gli lancio un’occhiata. ?Sappiamo entrambi che non è vero.?

River abbassa lo sguardo sulle ginocchia, poi si alza. ?Vuoi qualcosa??

?Una bottiglietta d’acqua sarebbe il massimo, grazie.?

?Torno subito? risponde percorrendo il corridoio, e tutte le persone a cui passa davanti lo guardano sbalordite.

Una volta sparito dalla visuale, deglutisco e tamburello le dita con impazienza sulle cosce. Sono agitata, non solo per il dolore, ma perché era da quattro anni che non mettevo piede in un ospedale. Dal giorno in cui mi sono precipitata qui dopo che la polizia mi ha telefonato per dirmi che Josie aveva avuto un incidente in auto. Già solo l’odore – la puzza di medicinali e disinfettanti – mi fa venire da vomitare di nuovo.

All’improvviso da dietro la tenda sento un forte bip e una persona che urla: ?Codice rosso!?

?No, no, no? bisbiglio, e inizio subito a tremare. Mi manca l’aria. Mi tappo le orecchie per non sentire, ma con la mente torno subito al pomeriggio in cui è morta mia sorella. Il bip incessante, i pianti isterici, il panico sul volto della mamma, l’immobilità del papà, l’incredulità indignata rispetto a quello che stava accadendo.

Chiudo gli occhi e imploro il mio cervello di aggrapparsi a qualcosa, a qualsiasi cosa che non sia il ricordo di quella sera.

Per favore, per favore, per favore.

Con mio grande sollievo afferro il ricordo di un episodio a cui non pensavo da anni. Dovevamo avere nove o dieci anni. Io e Josie avevamo appena fatto uno dei suoi stupidi scherzi alla mamma e al papà. Avevamo spalmato il colorante alimentare sul beccuccio del rubinetto in cucina così che l’acqua uscisse verde. Nascoste dietro la porta, avevamo ascoltato ridacchiando i nostri genitori scervellarsi sul perché l’acqua fosse all’improvviso diventata tossica. Quando il papà si era detto preoccupato che potesse c’entrare l’enorme acquario del vicino e si era infilato le scarpe per andare a indagare, siamo crollate e ci siamo autodenunciate. Che sciocchine eravamo. Ricordo che ci siamo messi a ridere tutti e quattro in cucina, e Josie ci guardava, un sorriso di giubilo sulle labbra, fierissima della sua bravata.

?Gertie??

Torno alla realtà grazie a River, in piedi davanti a me a porgermi la bottiglietta d’acqua.

Il bip è cessato, e nel reparto è tornata a regnare una calma probabilmente temporanea. I tremolii sono passati.

?Puoi sfruttare il tuo fascino e farti prestare il telefono da qualcuno?? domando, amareggiata che il mio sia ancora in coma nella vaschetta piena di riso.

?Certo? mi risponde allontanandosi.

Non faccio in tempo a chiudere gli occhi che lui mi mette in mano un cellulare già sbloccato.

Faccio il numero che conosco a memoria da quando ho otto anni.

Dopo due squilli, qualcuno risponde.

?Pronto??

?Mamma?? dico con voce tremante.

?Gertie? Sei tu, amore? Greg, è Gertie! Davvero. Certo, certo, aspetta un secondo. Ti ho messo in vivavoce, amore, così ti sente anche papà. Stai bene? Piangi? Che cos’è successo??

?Mi sono fatta male a un piede? rispondo, le lacrime che sgorgano subito nel sentire la familiare dolcezza della sua voce. ?Comunque sto bene, non è niente di grave. Però sono in ospedale e mi è venuta in mente Josie.?

All’altro capo della linea mamma e papà ammutoliscono.

Faccio un respiro profondo.

?Mi sono tornati in mente gli stupidi scherzi che faceva. Tipo quella volta che aveva preparato una vodka con Coca-Cola alla zia Mags ma al posto della Coca aveva messo l’aceto. O quando aveva comprato un paio di pantaloni di velluto arancione per fare uno scherzo di compleanno a papà e ha finto che fossero il regalo vero.?

?Erano terribili? commenta papà, e dal tono intuisco che sta sorridendo.

?A me non dispiacevano? aggiunge la mamma. ?L’arancione ti dona molto, Greg.?

Scoppio a ridere. ? più forte di me. ?Comunque, so che la situazione tra noi è un po’ strana…?

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