Thornbird(16)



Qui. Odio questo posto. Anche quando vivevo con la nonna, ho sempre avuto la sensazione che qualcosa mi legasse a Starling. E ho paura che non potrò mai sfuggirgli del tutto. Neanche quando me ne andrò. Neanche quando mio padre sarà morto e sepolto. Vorrei poter spezzare le catene che mi trattengono qui, ma non so se ce la farò.

Forse dovrei aiutare Jasmine a cercare i corpi.

Forse non riesco a fuggire perché loro non ci sono mai riuscite.

Si dice che siano state gettate nel lago Sturgeon, ma nessuno le ha mai trovate e papà si rifiuta di parlarne. Non ha mai rilasciato interviste. Non gli hanno mai fatto un processo perché si è dichiarato colpevole. All’udienza finale, quella in cui lo condannarono, non disse neanche una parola: aveva lo sguardo fisso davanti a sé, era tranquillo e impassibile come una specie di profeta del cavolo. E grazie a questo bel comportamento da stronzo, sei famiglie sono rimaste senza un corpo da seppellire. Non avranno mai pace.

Forse neanch’io me la merito, allora.

Le nuvole in cielo non promettono bene, ma non è per questo che decido di rientrare. Non voglio stare nel bosco. Non questo, intendo. Stamattina c’è un’altra foresta che mi chiama.

Quando torno, la casa degli Shipley è ancora buia, ma non più silenziosa. Sento qualcuno che cammina in punta di piedi. Quando mi affaccio in cucina, mio zio è davanti alla macchina del caffè. Meglio così. Avevo intenzione di fregargli le chiavi del pickup e scusarmi in un secondo momento, ma adesso posso chiedergliele come una persona matura.

Quando mi vede, Dan non batte ciglio. ?Sei tornata prima del solito.?

Non mi sorprende che le mie uscite mattutine non siano passate inosservate. Con due figli adolescenti, probabilmente Dan e Maggie dormono sempre con un occhio aperto.

?Stavo pensando di fare un giretto in macchina. Ti dispiace se prendo quella di Maggie? Guido bene, giuro. Ho preso lezioni a...?

?Le chiavi sono all’ingresso? mi interrompe lui, poi si gira verso la credenza per prendere una tazza.

Mica male, lo zio Dan.

Visto che è sabato, le strade sono deserte e non ci metto neanche dieci minuti ad arrivare. Questa zona non mi dice niente, ma so che l’indirizzo è giusto. L’ho cercato su internet. Preferisco evitare di prendere il lungo vialetto sterrato, però. Oltre al fatto che è proprietà privata, Gabriel Thorn fa parte della storia della città, ormai. Non escludo che la polizia tenga d’occhio casa sua.

Accosto circa un chilometro prima e accendo le quattro frecce. Spero solo che nessuno riconosca la macchina degli Shipley e che a qualche buon samaritano non venga la bella idea di chiamarli. Salto giù dal pickup, atterro sui miei anfibi e mi addentro nel bosco.

Il percorso è breve, e adesso comincio a riconoscerlo. ? come se il mio corpo sapesse esattamente dove deve andare: le gambe mi guidano tra gli alberi, gli anfibi si muovono sicuri sulla vegetazione e sul sentiero calpestato. Quando raggiungo un muretto in pietra grezza – in realtà, è più un cumulo di ciottoli di fiume che si snoda lungo la collina e sparisce dietro una curva – so di essere sulla strada giusta.

Perché quel muretto passa proprio davanti al posto che un tempo chiamavo casa.

Non è più la parola giusta, però. ?Casa? è dove non vedi l’ora di tornare quando sei lontano. E non è il mio caso. Più cammino, più sento montare la paura. Per qualche ragione, però, continuo ad avanzare. Non riesco a fermarmi.

Poi, prima ancora di raggiungere la radura, le vedo. Prima un paio, poi sempre di più. Alcune sono crollate lasciando solo fili di spago, simili ai rami sottili di un salice piangente. Vecchie casette per uccelli ormai in pezzi. Per quanto cerchi di distogliere lo sguardo, sono ovunque. Ce ne sono a decine. Un tempo erano dipinte di colori vivaci, formando un arcobaleno che trasformava questi boschi in un rifugio fatato. Adesso sono scolorite, hanno perso pezzi, pendono dagli alberi come per cercare di non cadere. I loro amici pennuti le hanno abbandonate da tempo.

Mi fermo, faccio un respiro profondo e butto fuori l’aria, serrando le palpebre.

Ecco il ricordo. Io, sei o sette anni, seduta al tavolo della cucina, guardo mio padre che assembla una nuova casetta per uccelli. Lui lavora il legno, io lo decoro. Tutta fiera, ho mescolato due colori per ottenere un brutto miscuglio grigio-viola e non vedo l’ora di passare il pennello sulla superficie di legno. ?Voglio fare dei pois neri? dico, leccandomi le labbra per l’emozione. ?Come un ghepardo viola.?

Lui mi guarda con un sorriso. ?Beh, sarà una casetta speciale, passerottino mio.?

Rabbrividisco al ricordo di quel soprannome. Riapro gli occhi per posarli su una delle casette vuote. La vernice è sparita quasi del tutto. ? la stessa del ricordo?

Ce ne sono così tante. Alcune sono abbandonate a terra, tra le foglie secche, ridotte a semplici pezzi di legno. Sembra quasi un cimitero. Qui giace l’infanzia di Gabrielle Thorn.

E pensare che ho il nome di quel mostro.

Rabbrividisco di nuovo e faccio un altro passo, calpestando le foglie marroni e spesse. ? allora che scorgo il tetto di legno della nostra casa. Trattengo il respiro.

La nostra baita nel bosco. Il nostro piccolo angolo di paradiso.

Così diceva lui. Tutti gli altri bambini vivevano nelle case vere, con giardini, strade pubbliche asfaltate e vicini di casa. Un po’ li invidiavo, perché noi non avevamo nulla di tutto ciò. Ma mio padre diceva sempre che stare lì, in mezzo al nulla, era un sogno diventato realtà. Con un ruscello che gorgogliava dietro casa, alberi a perdita d’occhio, nessuno che ci disturbasse. Una distesa sterminata di quiete e solitudine.

E. Kennedy's Books