Thornbird(17)



E intanto non sapevo che, mentre dormivo, lui volava via dal nostro paradiso in cerca di donne da uccidere.

Vedo il ruscello, che adesso sembra più un rivolo fangoso. Anche al tempo era troppo poco profondo per pescare. A dire il vero non serviva poi a granché, e gorgogliava solo quando pioveva forte. Anche se è piccolo, mi tocca comunque saltare su una roccia piatta al centro per arrivare dall’altra parte. Atterro su un sentiero che si snoda tra le foglie. Lo abbiamo creato io e mio padre a forza di calpestare l’erba e lasciare impronte nel terreno morbido ogni volta che cercavamo un nuovo ramo a cui appendere le casette.

Il sentiero porta alla baita. La ?casa grande?, come la chiamava mamma. La ?casetta?, invece, si trovava cinquecento metri più in là ed era lo studio di papà. Mi volto e scruto gli alberi in quella direzione. Non sono pronta a vederla. Non ancora. Forse non lo sarò mai.

La casa della mia infanzia è una struttura a punta con il tetto spiovente che quasi tocca terra. Sul retro, il legno scuro non viene riverniciato da un sacco di tempo e c’è un buco nelle assi inchiodate alla finestra. Sembra un occhio rivolto proprio verso di me.

? abbandonata, allora. Non ci ha vissuto più nessuno dopo di noi.

Sposto lo sguardo. Addossato al retro c’è un barbecue che si regge a stento su tre gambe malmesse.

Chi vuole un hamburger?

Ricordo mio padre in piedi davanti al barbecue, con il suo ridicolo grembiule CHILLIN’ AND GRILLIN’ e il cappello da cuoco, mentre io e mia madre preparavamo in fretta e furia il tavolo da picnic con piatti e condimenti vari. Quel grembiule ci faceva morire dal ridere, gliel’avevamo regalato noi per la festa del papà. Era una bella giornata. Eravamo felici.

Deglutisco. Non voglio pensare a quello che successe dopo.

Non appena mi allontano dal fitto degli alberi, la sento.

Musica. Un riff di chitarra, una voce maschile e nasale.

Mio padre era fissato con la musica country. Adorava Alan Jackson, Johnny Cash, Tim McGraw. Li ascoltava a tutto volume, ballava con mia madre in salotto e lei rideva come una matta. Faceva ridere anche me, tanto che mi veniva male alla pancia.

Ma adesso mio padre è in prigione. Rinchiuso in una cella.

Da dove viene la musica, allora?

Forse sto avendo un’allucinazione. Poi, però, mi sposto in punta di piedi verso l’ingresso e vedo una Jeep gialla con il tettuccio aperto. ? ferma proprio dove mio padre parcheggiava sempre il suo pickup rosso.

Il ragazzo al volante ha più o meno la mia età. Porta occhiali dalla montatura scura e ha i lineamenti affilati. Tiene qualcosa sulle ginocchia e lo sta fissando, quindi non mi nota subito.

E quando mi nota, fa un salto sul sedile. Un salto bello grande: per fortuna ha il tettuccio aperto, altrimenti l’avrebbe preso in pieno. Fa un respiro e spegne il motore. Gone Country di Alan Jackson si interrompe, lasciando spazio al cinguettio degli uccelli tra gli alberi.

?Gesù santo? esclama. ?Da dove diavolo sei uscita??

Indico alle mie spalle. ?Stavo... camminando...?

?Fino a qui??

Annuisco. ?Non è tanta strada. C’è un sentiero lì dietro, sarà più o meno un chilometro...?

Le parole mi muoiono in gola quando mi accorgo delle condizioni della baita. Ci sono graffiti di ogni tipo. Qualcuno ha usato della vernice rosso sangue per scrivere su tutta la facciata: MARCISCI ALL’INFERNO, THORN!

Fisso quella frase rabbiosa, poi il portico che corre lungo la casa. Penso a tutte le volte che ci ho scritto sopra con i gessetti, scarabocchiando parole e disegni stupidi anche se la pioggia li avrebbe cancellati. La scritta rossa è molto vecchia, si capisce subito, ma è ancora lì. Un monumento all’odio che questa città prova per mio padre.

Il ragazzo segue il mio sguardo, facendosi sospettoso. ?Quindi sei finita qui per caso??

Mi mordo l’interno della guancia. ?Già.?

?Mai sentito parlare di Gabriel Thorn?? Indica la baita con un cenno.

Scuoto lentamente la testa.

?Ma fammi il piacere. Hai visto la conferenza stampa, vero?? Scoppia a ridere. ?Sei qui per il bottino, altro che. Sei vergine, immagino.?

Mi coglie alla sprovvista. ?Scusa??

?? la prima volta che vieni qui, intendo. Fammi indovinare: eri convinta di trovare qualche indizio sui corpi o sulla vera storia dell’assassino, eh??

Alzo le spalle. ?Beccata.?

Mi risponde con un sorriso ironico. ?Beh, mi dispiace per te, ma io e un altro migliaio di detective amatoriali abbiamo setacciato ogni centimetro della proprietà. Non so dove siano i corpi, ma di sicuro non sono sepolti qui.?

?Ah, no??

?No. Fidati, sono anni che seguo il caso. So tutto quello che c’è da sapere.?

Non proprio tutto. Insomma, se ne sta qui tranquillo a parlare con la figlia di Thorn. Forse doveva investigare meglio.

?E cosa c’è da sapere?? gli chiedo con indifferenza.

Lui ridacchia. ?Quanto tempo hai? Ci metterei tutto il weekend a farti vedere le prove. Ne ho una marea.?

Cerco di non far trasparire il mio disprezzo. Forse questo tizio pensa di essere speciale, di conoscere il caso come le sue tasche, ma io non me la bevo. Decido di metterlo alla prova. ?Ho sentito che i corpi sono stati gettati nel lago Sturgeon.?

?? una delle ipotesi. Ma l’hanno dragato più di una volta. Mai trovato niente.?

?Ah? mormoro, come se fosse una novità. ?Secondo te perché l’ha fatto? Hai teorie? Era solo un maniaco??

E. Kennedy's Books