Thornbird(2)
Thorn divenne Mayfair, come la nonna. E il suo tentativo di lasciarmi un po’ di controllo sulla mia vita fallì, perché come nome scelsi Ryan.
A mia discolpa, avevo sette anni. Ricordo solo che al tempo guardavo sempre un programma per bambini con un personaggio che si chiamava Ryan. Adoravo quel nome.
?Ma è da maschio? obiettò la nonna.
?Hai detto che potevo scegliere io!? protestai. ?Hai detto che potevo scegliere quello che volevo.?
?Ma...? Si interruppe. Alla fine alzò le spalle. Quella donna era capace di arrabbiature leggendarie, ma sapeva quando era meglio lasciar perdere. ?Non è così brutto, dai. ? unico. Ryan Mayfair. Ha un certo fascino.?
Non ho neanche diciotto anni e ho vissuto già un sacco di vite. Sono stata tante ragazze.
Gabrielle Thorn, la bambina distrutta che ha perso entrambi i genitori in una notte.
Ryan Mayfair, che ha passato dieci anni a cercare di rimettere insieme la sua vita.
E adesso Ryan Shipley, una ragazza brillante che sta ricominciando da zero, senza passato e soprattutto senza scheletri nell’armadio.
O almeno, questo è il piano.
Accanto a me, l’uomo d’affari scatta in avanti per prendere la sua valigia e mi dà una spallata che mi fa perdere l’equilibrio.
?Scusa? mi dice subito, afferrandomi il gomito per non farmi cadere.
Mi sposto di lato e vedo spuntare la mia valigia viola. Mi faccio strada tra i passeggeri in attesa e la trascino giù dal nastro, con l’aiuto di un vecchietto in camicia di flanella.
?Grazie? mormoro.
Mi sorride e si sfiora il cappello da cowboy. ?Si figuri, signorina.?
Non sarebbero così gentili con Gabrielle Thorn. Nessuno lo sarebbe. Mi starebbero alla larga.
?Thorn? vuol dire spina. E da queste parti, il cognome Thorn è spinoso sul serio.
Tiro su la maniglia della valigia e mi incammino verso le porte scorrevoli. Tutti quelli che hanno già ritirato i bagagli stanno andando lì, quindi li seguo. Fuori fa caldo, per essere metà settembre. Mi guardo intorno, scruto i volti che mi circondano.
In quel momento, sento il mio nome. Viene da un pickup un po’ malconcio accostato al marciapiede. Davanti al paraurti c’è una donna bassa e bruna con i capelli ricci e dei pinocchietti bianchi che quasi si confondono con i polpacci pallidi.
?Ryan?? La voce sale di un’ottava.
Guardo i suoi grandi occhi azzurri e la pelle chiara punteggiata di lentiggini, scossa da uno stranissimo déjà vu che svanisce così com’è arrivato. Ho un album pieno di foto di mia madre. E questa donna è una versione più delicata, bassa e anziana di lei.
?Zia Maggie?? azzardo quando la raggiungo.
?Esatto!? esclama, come se avessi appena vinto un quiz a premi. Riconosco la sua voce: ci siamo già sentite per telefono dopo la morte della nonna, quando ho saputo che sarei andata a vivere con gli Shipley. In via definitiva.
Ci scambiamo un abbraccio un po’ goffo. ?Oh, tesoro. Sembri stanca. Com’è andato il viaggio??
?Bene.?
Aspetta che io aggiunga altro. Quando capisce che non succederà, batte le mani imbarazzata e conclude: ?Ottimo. Metti dietro la valigia?.
Con non poca fatica, la sollevo e la butto nel cassone del pickup. Poi salgo sul sedile a due posti accanto alla perfetta sconosciuta che sarebbe anche la mia ultima parente in vita. Escluso quello rinchiuso nel braccio della morte per omicidio, intendo.
Partiamo. Entrambi i finestrini abbassati, il vento che mi soffia nelle orecchie, una canzone country sconosciuta che risuona a mille dagli altoparlanti. Il volume è troppo alto per parlare senza sgolarsi. Mi va benissimo così. Usciamo dalla città e ci infiliamo in autostrada. Passo il tragitto a guardare alberi, alberi e ancora alberi sfilare via in un lampo.
Quando usciamo dall’autostrada, il vento si placa e Maggie abbassa il volume della radio. Sento il suo sguardo addosso.
?Che c’è?? Le lancio un’occhiata per farle capire che me ne sono accorta.
?Ah. Niente.? Torna a concentrarsi per un attimo sulla strada. Poi di nuovo su di me. ?Non le somigli. E nemmeno a lui, se è per questo. Anche se...? affila un po’ lo sguardo ?hai gli occhi di tua madre, giusto un po’ più scuri. E i capelli di tuo pad... cioè, di Gabriel. Erano di un castano ramato più chiaro. Però...? Scuote la testa. ?Non somigli troppo a nessuno dei due.?
?Anche la nonna lo diceva. Che somigliavo a entrambi per metà, e quindi a nessuno dei due.? Una stretta al cuore. Mi manca la nonna. Non so se riuscirò mai a superare questo dolore opprimente.
Il silenzio viene riempito dal sibilo del vento e dalle note sommesse di una canzone. Peccato che mia zia sia chiaramente il tipo di persona che non va d’accordo con i silenzi prolungati. E infatti si schiarisce la gola e interrompe i miei pensieri.
?Ryan, tesoro? dice con delicatezza. ?Hai presente quello che ci siamo dette per telefono, no??
Annuisco.
?E te lo ricorderai? Che ti chiami Ryan Shipley??
?Certo.? Non sono un’idiota. Ho capito.
Sospira. Forse ha colto l’ostilità nel mio sguardo. ?Scusa. Sono insistente, lo so. ? che non vorrei essermi spiegata male per telefono: è fondamentale che questa storia rimanga tra noi. Lo dico soprattutto per te, fidati. Vedrai tu stessa di cosa parlo.?
Annuisco di nuovo. ?Okay.?
?Quando siamo tornati a Starling, sette anni fa, abbiamo dovuto affrontare certe cattiverie... Non ce lo saremmo mai aspettati. Il nostro cognome non è neanche Thorn? si meraviglia. ?E non siamo imparentati con tuo pad... cioè, con Gabriel. Ma c’era gente che ci incolpava o ci associava a quel mostr...?