Thornbird(7)
?Nasconditi, Gabby? mi ha sussurrato. E così ho fatto.
Fisso mio padre e gli faccio la domanda che aleggia nell’aria.
?Adesso mi uccidi??
Lui si rabbuia. Prende un respiro profondo. ?Non ti farei mai del male, Gabby. Mai.?
E a quel punto lo faccio. Mi volto verso mia madre. Non si muove. ? caduta a faccia in giù, e ha una pozza rossa di sangue intorno alla pancia. Si allarga, diventa sempre più grande. Quando si fermerà? Allagherà tutta la stanza? Mi pizzicano le palpebre, sono bollenti, e nella gola sento un grido silenzioso di dolore. Non voglio essere qui quando il sangue mi raggiungerà.
Ho paura. Ho tanta, tanta paura...
?Diranno che ho fatto delle cose. Delle cose brutte.? Fa una pausa. ?E forse hanno ragione.?
Distolgo lo sguardo da mamma. Mi costringo a non guardare la tempia sinistra di mio padre, che si è macchiata del suo sangue quando si è asciugato il sudore con il dorso della mano.
?Ah, Gabby. Togliamo pure il “forse”. Le ho fatte e basta. Ma è importante che tu sappia due cose, okay? Devi ascoltarmi attentamente.?
Riesco a fare un minuscolo cenno con la testa.
?Brava. La prima cosa che devi sapere è che a loro ci tengo moltissimo. Non importa cosa dirà la gente, non importa come il mondo cercherà di dipingermi: è questa la verità. Per me sono preziosi.? Sorride. ?Io mi prendo cura di loro, e loro me ne sono molto grati, perché sanno che li tengo al sicuro. Saranno protetti e amati per l’eternità.?
Mi fa male la testa. Non so di cosa stia parlando. Non ne ho idea, ma annuisco e faccio finta di capire. Non voglio che si arrabbi di nuovo.
?La seconda cosa, la più importante, è che non avrei mai voluto fare del male a tua madre.?
Ma l’hai fatto. Un singhiozzo sta per sfuggirmi dalle labbra. Lo trattengo con tutte le mie forze.
Inclina la testa di lato. Aspetta che dica qualcosa.
Non ho nessuna risposta. Non ho voce. Non ho una madre. Non ho niente.
Ho paura. Tanta paura. Ho paura, ho paura, ho paura, ho paura...
?Esci da lì, tesoro. Così ci diamo una pulita.?
Inizio a piagnucolare.
?Va tutto bene. Non sono arrabbiato perché te la sei fatta addosso. Giuro.?
Mentre allunga una mano verso di me, vedo il sangue sulle sue dita. Ne sento l’odore, forte e metallico. Indietreggio, mi appiattisco contro il muro. Ma le ombre non mi lasciano scampo. Non respiro, la sua mano è sempre più vicina.
Ho paura ho paura ho paura ho paura ho paura ho paura ho paura ho paura...
Mi sveglio di soprassalto con un urlo soffocato nel petto. Spalanco gli occhi per scacciare mani che non ci sono.
Mi guardo intorno, ansimando. Sono nella camera da letto di Jasmine. Dalle persiane filtrano i primi deboli raggi di sole.
Sono al sicuro. Sono al sicuro.
Dall’altra parte della stanza, mia cugina mi lancia uno sguardo assonnato. ?Che cavolo, Ryan? borbotta, afferrando il cuscino e girandosi di spalle. ?Alla faccia dell’incubo.?
Mentre il battito torna regolare, allungo la mano e prendo il telefono che avevo lasciato in carica sul comodino.
Nessun messaggio da casa. Niente. L’assistente sociale nemmeno mi ha risposto, quando le ho scritto per dirle che ero arrivata sana e salva. Zia Maggie sarà contenta: ho reciso ogni singolo legame con Allentown. Ora sarò in tutto e per tutto Ryan Shipley la Perfetta.
Sì, come no. Magari da fuori. Ma sono dieci anni che faccio incubi come questo. Dentro di me, non sarò mai perfetta.
Non sono neanche le sette, ma non ho la minima intenzione di rimettermi a dormire. Mi rifugio nel bagno che unisce la camera di Jasmine a quella di Connor. Faccio pipì e mi lavo i denti in silenzio. Infilo i jeans strappati e la canotta di ieri, mi faccio una coda e frugo nello zaino alla ricerca della macchina fotografica, una bella Canon reflex digitale che mi ha regalato la nonna per Natale qualche anno fa. ? la cosa a cui tengo di più dopo la collana. Controllo la batteria, me la metto a tracolla e comincio ad aprire la porta.
Ma scricchiola un po’ troppo forte, e mi rendo conto con una smorfia che Jasmine si è alzata sui gomiti. ?Dove vai??
?A fare due passi.?
?Così presto? Sei pazza? mormora, ancora mezza addormentata. Sbadiglia e sprofonda di nuovo nel letto, tirandosi le coperte sulla testa. ?Attenta agli orsi. E ai cacciatori.?
Il resto della casa è avvolto dal silenzio. Arrivo alla porta senza altri intoppi. Fuori, l’erba è ricoperta di rugiada e l’aria sa di fresco e di terra. Fa freddo, ma mai quanto ad Allentown in autunno.
Ieri sera, Connor mi ha detto che qui dietro c’è un sentiero che si estende per chilometri. Non so bene dove cominci, quindi mi allontano da casa e provo a cercarlo vicino al bosco. Due macchiette blu, rincorrendosi, si librano tra i rami di un albero sopra di me. Quando alzo lo sguardo, i due uccellini chinano le testoline, studiandomi a loro volta.
Zigoli indaco. Blu e belli come il cielo d’estate.
Almeno, così diceva mio padre.
Una fitta al cuore. Era una frase a cui non ripensavo da anni. L’ultima volta che sono stata qui, in un bosco come questo, ero con lui.
? allora che noto una casetta per uccelli in cima a un albero. Ce l’avrà messa qualcuno, proprio come facevamo noi intorno alla baita. Ma questa non l’ha fatta mio padre: è troppo semplice, non ha incisioni intricate e non è neanche dipinta. Mio padre era un artista. Oltre ai ritratti e ai disegni in bianco e nero, costruiva gabbie e casette per uccelli e le trasformava in bellissime opere d’arte. Poi me le faceva dipingere come volevo io. Ce n’erano di tutti i colori, un intero arcobaleno che faceva capolino dai rami degli alberi.