Thornbird(43)
E invece è proprio lui a sollevare l’argomento. ?Non è una di quelle robe per l’esecuzione? mi rassicura. ?La questione della pena capitale ti fa senso, lo so. E sì, molto probabilmente qualcuno organizzerà delle feste per la morte di Thorn. Ma la mia non c’entra.?
Un sospiro di sollievo. ?Buono a sapersi.?
?Quindi che fai? Vieni??
L’idea di andare a una festa nello stesso weekend in cui mio padre verrà giustiziato mi fa venire la nausea.
?Forse? rispondo, poi mi infilo in classe per l’ora di matematica.
La prima persona che vedo è Chase Hedlund. Saluta Everett con un cenno del capo. Lui è ancora fermo sulla soglia, chiaramente deluso perché non gli ho detto subito di sì. Per quanto mi piaccia, mi dà fastidio quando insiste. Sono fatta così: più insisti, più tenderò a fare il contrario di quello che vuoi. Perché sì. E con lui mi sento spesso spinta a fare qualcosa. A uscire. A parlare. A dirgli se andrò a una festa. A raccontargli i miei segreti.
Vorrei che a volte mi lasciasse respirare, ma è così dolce e carino che mi sento in colpa solo a pensarlo.
?Non ti facevo una da quarterback.?
La voce roca viene dalla sedia alle mie spalle. Chase, ovviamente. ? seduto dietro di me sia a inglese sia a matematica.
Quando mi giro, due occhi grigi mi fissano beffardi. ?E infatti non sono affari tuoi, o sbaglio??
?Lo sono, se c’è di mezzo il mio amico.?
?Il tuo amico?? ripeto, divertita. ?E chi sei, il suo bodyguard??
Chase ignora la domanda. ?Non capisco a che gioco stai giocando, tutto qui.?
Stringo appena le labbra. ?Non sto giocando a nessun gioco.?
?Sì, invece.? Si rilassa contro lo schienale della sedia, e i suoi occhi mi trafiggono. Mi scavano dentro. Vorrei girarmi da un’altra parte, ma così Chase capirebbe subito che l’intensità del suo sguardo mi ha turbata. E non gli darò questa soddisfazione. ?Non sei la persona che lui crede.?
Trattengo il respiro, la mente già rivolta ai messaggi anonimi.
? stato Chase a mandarli? Perché, ora come ora, sembra quasi che mi stia accusando di nascondere la mia identità.
?In che senso, scusa?? sbotto, lanciandogli un’occhiataccia.
?Nel senso che quando ridi alle sue battute i tuoi occhi restano seri. E quando guardi fuori dalla finestra, a lezione, non è perché hai visto qualcosa di tranquillo o quello che è.?
?E cos’è che starei guardando, allora?? Ho la gola serrata, stretta in una morsa.
?La tua via di fuga? mormora, e alza le spalle.
Vorrei proprio chiedergli il senso di questa frase, ma è iniziata la lezione. Per il resto dell’ora, il suo sguardo mi brucia addosso.
Dopo scuola, io e Mar ci avviamo verso i binari abbandonati di cui mi parla sempre. Lei ha una macchina tutta sua, una berlina un po’ scassata. Gliel’ha lasciata suo fratello maggiore, che è appena andato al college. Mar guida decisamente troppo veloce per i miei gusti, e insieme sfrecciamo via dalla Crockett High.
?Non ci credo che stasera non vai alla partita? commenta con un sorrisetto, tamburellando le dita sul volante. In sottofondo, una canzone folk rock.
?Che partita??
?Di football, hai presente? Lo sport del tuo nuovo ragazzo, ti dice niente??
?Non è il mio ragazzo.?
Scoppia a ridere. ?Certo. Se lo dici tu, Ship.? A quanto pare, è il mio nuovo soprannome.
?Non stiamo insieme, ti dico. Siamo usciti solo tre volte.?
?Cinque. Tutte passate a limonare nel suo pickup.?
Quasi mi pento di averglielo detto. Arrossisco ancora di più e mi sforzo di concentrarmi sulle impostazioni della fotocamera, piuttosto che sulle farfalle che sento nello stomaco. ?Ci vediamo ogni tanto, tutto qui.?
?Vi vedete ogni tanto. Come no.?
Arriviamo a destinazione, e per fortuna Mar chiude il discorso. Parcheggia in uno spiazzo di ghiaia davanti a un edificio fatiscente che dev’essere la vecchia stazione ferroviaria. Io prendo la borsa con la macchina fotografica dal sedile posteriore, lei la sua attrezzatura dal bagagliaio. Pochi minuti dopo, monta il treppiede vicino ai vecchi binari arrugginiti, fa i primi scatti e intanto mette a fuoco l’obiettivo.
?Qui la luce è spettacolare, Ship. Guarda come rimbalza sul metallo. Che figata.? Fa un passo indietro, regolando ancora l’obiettivo.
Mi preparo a imitarla. Sono felicissima di essere qui e di poter fare un po’ di foto senza pensare ad altro. Le ultime settimane sono state pesanti.
Mi chino sui talloni per fare qualche scatto di prova. Intanto Mar, dietro di me, continua a parlare.
?Una volta sono venuta qui per fare qualche foto e i binari erano pieni di sangue.?
?Oh Dio. Qualcuno investito dal treno??
?No. Non sono in funzione, non passa nessun treno. Una zuffa tra animali, secondo me. C’era anche del pelo macchiato di sangue, forse di un coyote o di una volpe. Il sangue non era ancora secco, quindi rifletteva la luce in modo super inquietante. Avrò fatto un centinaio di foto.? Si gira verso di me con uno sguardo un po’ ironico. ?Tu che dici, è il segnale che sono una psicopatica??
?Mah. Solo perché hai fotografato del sangue?? Alzo le spalle. ?Non significa niente.?
?I miei dicono che è strano. Una volta ho fatto tutta una serie di foto legate al sangue. Mia madre mi ha fissato un appuntamento con lo psicologo appena gliele ho fatte vedere. E io che mi aspettavo dei complimenti.?