Thornbird(59)
Segue un breve silenzio.
Poi, Everett lo rompe ancora. ?Quindi mi stai friendzonando sul serio?? Sembra un po’ stupito, come se si fosse appena reso conto che può succedere davvero.
Esito, ma alla fine annuisco. ?Già.?
?Per ora o per sempre??
?Non lo so.?
?Sai una cosa?? Adesso sembra più deciso. ?Voglio prenderti in parola. Hai detto che andavamo troppo veloci, giusto? ? per questo che hai chiuso??
Ma perché ho dovuto usare quella scusa?
Perché non potevo dirgli la verità.
?Va bene? continua. ?Per un po’, pensiamo a essere amici. Tutto quello che vuoi. Ma non chiudermi la porta in faccia. Ci stai??
Non rispondo. Non gli dico che andremo sempre, comunque, troppo veloce. E non posso dirgli che so cosa vuol dire perdere una madre – brutalmente assassinata – proprio all’età in cui avevo più bisogno di lei. Piangere per quel tipo di amore, cercare qualcosa per riempire il vuoto e non trovarlo mai. Non riesco a lasciare la porta aperta, neanche un po’, senza essere presa dal desiderio di spalancarla.
?Devo andare.? Mi rimetto in piedi.
Vorrei scappare via, ma anche Everett si alza. Allunga la mano, forte e calda, e le sue dita stringono le mie. ?Notte.?
?Notte? mormoro prima di andarmene.
Solo alla fine del vialetto mi accorgo che il telefono sta vibrando.
Lo prendo dalla tasca e scopro che mia zia sta cercando di chiamarmi. Disperatamente. Tre chiamate perse. E un messaggio che accende una scintilla di paura.
Maggie: Devi tornare a casa. SUBITO.
23
Fa’ in modo che non li disturbino
MAGGIE è più silenziosa del solito. Lei è la regina delle chiacchiere, quella che mantiene sempre viva la conversazione, eppure non ha detto una parola da quando è venuta a prendermi a casa di Everett con il pickup di Dan.
?Dove stiamo andando?? chiedo per la quinta volta. Sono tesa come una molla.
Perché cavolo non vuole dirmelo?
Rimane in silenzio per tutto il tragitto. Sono le otto, quindi quasi tutte le vetrine sono già spente. Alcuni negozi restano aperti fino alle nove, ma la maggior parte chiude prima. Troviamo un parcheggio davanti all’edificio a due piani della sua agenzia immobiliare. Vedo un suv nero davanti a noi. Quando sposto lo sguardo, iniziano a sudarmi le mani: ci sono due uomini in giacca e cravatta fermi davanti all’ufficio.
?E questi chi sono?? sibilo a mia zia.
?L’Fbi.? La sua voce è tesa.
Ho la nausea. ?Cosa? Perché??
?Hanno richiesto un incontro.? I suoi occhi hanno un guizzo. ?E quando dico “richiesto”, intendo che se non ti avessi portata qui a parlare con loro, domattina ti avrebbero presa a forza da scuola e avrebbero rivelato a tutti la tua identità.?
Ottimo. Iniziamo a suon di minacce. Promette bene.
?Maggie Shipley?? chiede uno dei due quando ci avviciniamo. ? calvo ed è più anziano dell’altro.
Lei annuisce.
L’uomo ci mostra il tesserino. Colgo al volo la scritta ?FBI? a caratteri cubitali. ?Agente speciale Tom Kulpa. Abbiamo parlato al telefono. Lui è l’agente Luke Foster.?
Sposto lo sguardo sull’altro. ? così giovane che potremmo essere compagni di classe alla Crockett.
Maggie è fredda come il ghiaccio. Apre la porta. ?Entriamo.?
Il cuore mi batte a mille. Chiude di nuovo a chiave per evitare interruzioni. La luce della luna filtra dalle vetrate, proiettando ombre inquietanti intorno a noi. Ci conduce nel suo ufficio, trascinandosi dietro una sedia perché ce ne sono solo due per i visitatori. Io e lei ci sediamo da un lato della scrivania, i due agenti dall’altro. Tra noi c’è una barriera vera e propria. Non sono mai stata così contenta di avere la zia al mio fianco.
?Gabrielle? esordisce Foster. Sussulto nel sentire il mio vero nome.
?Ryan? lo correggo. ?Adesso mi chiamo Ryan.?
?Certo, scusa. Ryan.? Lancia un’occhiata a Maggie per una frazione di secondo prima di continuare. ?Dopo il suicidio di tuo padre, abbiamo esaminato gli oggetti in suo possesso. Aveva poco e niente, ma ha lasciato una lettera d’addio. ? per questo che siamo qui.?
Mi irrigidisco.
?? indirizzata a te.?
L’altro agente fruga in una valigetta e mi passa una cartellina marrone. Quando la apro, trovo una busta.
Sopra c’è scritto solo: ?Gabby?.
Il mio primo pensiero è che non la voglio nemmeno vedere. Ho avuto la stessa reazione anche per l’ultima lettera. Mio padre si era perso in una specie di racconto smielato del mio sesto compleanno, che avevamo trascorso sul prato vicino a casa. Forse sperava che mi sarei fatta prendere dalla nostalgia. Che gli avrei voluto bene come un tempo.
Scuoto la testa. ?Non la voglio. Potete pure buttarla.?
Luke Foster affila lo sguardo. ?No. Vorremmo che la leggessi.?
?Foster? lo ammonisce Kulpa. Poi si concentra su di me in tono più conciliante, più calmo. ?Ryan. Forse non ti ricordi di me, ma ho lavorato al caso di tuo padre. Sono stato il primo agente ad arrivare sul posto, dopo la chiamata. E ci siamo incontrati a casa di tua nonna in Pennsylvania. Mi hai fatto vedere le tue bambole.?
Gli rivolgo uno sguardo assente. La sua faccia non mi dice nulla.
?Mi occupo di questo caso da un sacco di tempo e so che molte persone soffrono ancora oggi a causa sua. E se possiamo fare qualcosa per alleviare il loro dolore... Insomma, sarai d’accordo, no? Vogliamo porre fine alle sofferenze di tutti.?