Thornbird(64)



?Muoviti? esclama quando mi decido ad aprire la portiera. ?Non sei neanche un po’ curiosa??

L’aria fredda mi avvolge. Rabbrividisco. ?E di cosa? Di scoprire se ci sono cadaveri fatti a pezzi??

Lei alza le spalle e supera una carriola rovesciata. ?La polizia, qui, ci è passata di sfuggita. Hanno tralasciato qualcosa, ne sono sicura. E non è che dobbiamo trovare per forza, tipo... resti umani o roba del genere. Basterebbe un pezzo di stoffa, qualcosa che apparteneva alle vittime... Se aiuta a trovare i cadaveri conta come informazione per la ricompensa, no??

Mi guardo intorno con cautela. Come diavolo mi è venuto in mente di accettare? Non è così che volevo passare il sabato sera. O qualunque altra sera, se è per questo.

Ma ormai conosco bene mia cugina. Ci sarebbe venuta comunque, con o senza di me. E qualcuno deve assicurarsi che non faccia niente di stupido. O peggio, che non si faccia male.

?? una follia, Jaz? insisto, a bassa voce. ?Erano esseri umani.?

?Appunto. Erano.? Sembra imperturbabile, persino speranzosa. Resto a guardarla per un istante. Avanza sulla ghiaia e sparisce nell’ombra. ?Sono già morte, Ryan. Mica ammazziamo qualcuno, stiamo solo dando un’occhiata.?

La supero con lo sguardo per studiare il gigantesco profilo del capanno per il legname, ormai abbandonato, e i macchinari arrugginiti. Scruto anche i boschi alle loro spalle. La morsa che mi serra lo stomaco è sempre più forte.

Prima che possa sollevare altri dubbi, Jasmine mi dà una gomitata e indica un piccolo bungalow più in là.

?Quella era casa di Ellerbee? mi spiega. ?Andiamo prima lì.?

?Eh?? Scuoto la testa. ?No. Non ho intenzione di entrare in casa d’altri. Guardiamo in cortile e basta.?

Jasmine mi liquida con un cenno della mano. ?? più facile cercare in casa. E se fosse lì che Zio Psycho ha portato i corpi? Lui li metteva in cantina o qualcosa del genere, e poi Ellerbee li buttava nel trituratore per il legno. Dai. Scommetto che troviamo qualcosa.?

La seguo verso il bungalow. Ormai è un relitto fatiscente, la facciata deformata da anni di pioggia e abbandono. E non c’è neanche bisogno di forzare la serratura, perché manca la porta. Al suo posto vedo solo un enorme spazio buio, e i cardini arrugginiti che penzolano ancora dal telaio di legno.

Tiro fuori il cellulare per accendere la torcia. Ci affacciamo all’interno: il debole fascio di luce squarcia l’aria viziata e le assi del pavimento scricchiolano sotto i nostri piedi. Con la coda dell’occhio vedo le ombre tremare, cambiare forma.

Jasmine ride, serena come sempre. ?Allora. Sasso, carta, forbici. Chi perde va in cantina.?

La guardo dritto negli occhi. ?Stai scherzando.?

Per tutta risposta, allunga il pugno chiuso. Accetto con un sospiro riluttante. Io lancio carta. Lei forbici. Ho perso.

?Ti odio? borbotto. Mi giro verso la porta della cantina, paralizzata dalla paura. ?Non azzardarti a lasciarmi qui.?

Mia cugina fa un finto saluto militare e sparisce in fondo al corridoio. Mi faccio forza e apro la porta. Mi investe subito una folata di aria fredda e ammuffita. Dopo un attimo di esitazione, inizio a scendere. Lo scricchiolio dei vecchi gradini mi fa venire la pelle d’oca.

La cantina è più buia di quanto immaginassi, la torcia del telefono infrange a malapena l’oscurità. Illumina solo pulviscolo e ombre che sembrano muoversi con me, a mano a mano che mi avventuro nella fredda umidità della stanza. Sposto il telefono per studiare meglio l’ambiente: mobili rotti, vecchi scaffali sudici e un mucchio di barattoli di vetro vuoti. C’è un silenzio inquietante. Ogni suono è amplificato dal battito del mio cuore.

Continuo a camminare. Osservo le nicchie, gli scaffali, il pavimento. Non so neanche cosa sto cercando. A dirla tutta, non m’interessa più. Ogni singolo atomo del mio corpo mi urla di andare via di qui. Ora.

?Trovato niente?? chiede Jasmine in cima alle scale.

?No, solo polvere e ragnatele.?

Ci ritroviamo di sopra. Siamo già dirette verso la porta quando sentiamo un rumore provenire da una stanza. Un leggero scricchiolio, e poi uno schiocco, come un ramoscello che si spezza.

Ci blocchiamo.

Mi giro verso Jasmine. Ha gli occhi sgranati. ?C’è qualcuno? sussurro. Riesco a malapena a pronunciare le parole.

Lei finalmente abbandona la sua spavalderia. Stringe i denti e annuisce. ?Sai cosa? Lasciamo perdere. Andiamocene e basta.?

Grazie a Dio.

Ficco il telefono nella tasca della felpa e mi affretto a seguirla verso la porta. Quando ci allontaniamo vengo invasa dal sollievo, ma dura poco. Perché, sedendomi in macchina, mi accorgo che il telefono non c’è. La tasca è vuota. Infilo la mano più a fondo, cercandolo freneticamente, ma niente.

?Merda!? Mi giro verso Jasmine. ?Mi è caduto il telefono. Devo andare a prenderlo.?

Lei è pallida, non si muove di un centimetro dal sedile. ?Io non ci torno lì dentro. Non esiste.?

Complimenti all’intrepida detective Jasmine Shipley.

?Come vuoi. Aspetta qui, torno subito.?

Un respiro profondo e costringo le mie gambe malferme a tornare alla porta di casa. All’interno, il buio sembra ancora più scuro, opprimente. Ripercorro i miei passi. Questa volta non ho la torcia, ma so dov’eravamo l’ultima volta che ho visto il telefono. E infatti lo ritrovo sul pavimento impolverato.

Prima che riesca a prenderlo, però, sento un altro rumore. Un fruscio. Dei passi.

E. Kennedy's Books