Thornbird(63)



Invece di aprire il libro di matematica, lo osservo, seguendo il movimento delle sue lunghe dita sullo schermo. Mi piacciono le sue mani. Verrebbero bene in foto.

?A che gioco stai giocando, Ryan??

La sua domanda improvvisa mi coglie alla sprovvista. ?A che gioco sto giocando?? ripeto, divertita.

?Sei in città da mesi, ormai, e nessuno sa niente di te. Della tua vita in Svizzera.?

Alzo le spalle con nonchalance. ?La mia famiglia sì.?

?Okay, va bene. Ma gli altri no.?

?Perché non sono affari loro. Sono una persona riservata.?

?Riservata. Come no.?

?Oh, ma dai, Signor Misterioso. Anche di te si sa poco e niente. E considerando che vieni a lezione un giorno sì e uno no, chissà che casini stai combinando.?

?O magari... ho un lavoro.?

Resto spiazzata. ?Davvero??

?Faccio l’apprendista meccanico. E non perdo nessuna lezione: la preside mi ha dato il permesso di saltare matematica avanzata una volta ogni tanto, quando ho il turno di pomeriggio, a patto che veda un tutor due volte a settimana e che prenda dei crediti extra.? Fa un sospiro irritato. ?Mia madre non voleva che lavorassi l’ultimo anno di scuola, ma ci servivano soldi e volevo dare una mano a casa. Lei stava iniziando a fare gli straordinari, ma non mi andava. Già lavora troppo. ? un’infermiera.?

Non riesco a nascondere lo stupore. ?Davvero??

Anche mia madre era un’infermiera. Quanto vorrei dirglielo. Vorrei che capisse che abbiamo qualcosa in comune. Che non sono una rubacuori senza pietà spuntata dal nulla per far soffrire il suo migliore amico.

?Già. Si fa il mazzo da quando è morto mio padre, lavora sempre. ? una tipa tosta.?

?Oh.?

?Che c’è?? dice, sarcastico. ?Ti aspettavi che venissi da una famiglia super incasinata??

?Cosa? No, io...?

?Solo perché ho la moto e rimorchio alle feste? Quindi mio padre è un buono a nulla e mia madre un’alcolizzata, no??

Le sue parole mi colpiscono più del dovuto. In effetti, non ha tutti i torti. Ho tratto conclusioni affrettate.

Il senso di colpa mi travolge. ?Scusa. Ho sbagliato, non volevo giudicarti.?

Mi lancia un’occhiata di traverso. I suoi lineamenti si addolciscono appena. ?Fa niente. Ci sono abituato.?

Mi mordo il labbro. Non so che altro dire. Forse ci metto troppo a decidere, perché Chase abbassa lo sguardo sul telefono e mi ignora per il resto dell’ora.

Quando usciamo, mi sorprende ancora: inclina la testa verso di me con un leggero sorriso sulle labbra. ?Vuoi un passaggio? La mia trappola mortale è parcheggiata qui fuori.?

?Allettante. Ma preferisco prendere l’ultimo autobus.?

?Come ti pare? conclude, e se ne va in tutta tranquillità. Rimango sola ad ascoltare i suoi passi che riecheggiano nel corridoio.


Il pomeriggio seguente, entro in cucina e trovo Maggie ai fornelli, sta mescolando il sugo di pomodoro. Prendo un bicchiere d’acqua e mi sento il suo sguardo addosso.

?Ryan? dice, cauta. ?C’è qualcosa di cui dovrei preoccuparmi??

Per poco non mi cade il bicchiere nel lavello. ?Che intendi? Perché??

?Jazzy. ? da stamattina che si comporta in modo strano. Continua a parlare di un pigiama party a casa di Gillian.?

Ovvio. Jasmine e la sua totale incapacità di comportarsi con nonchalance. ? lei che ci tiene tanto ad andare al deposito, stanotte. Dovrebbe essere la prima a sforzarsi di non far insospettire Maggie. E invece.

Mi sforzo di non far trapelare nessuna espressione. ?E cosa c’è di strano??

?L’ultima volta che ha fatto così aveva appuntamento con un quarantenne conosciuto su internet.?

?Ah, vero. Connor me l’ha raccontato.? Le rivolgo un sorriso rassicurante. ?Tranquilla. Per quanto ne so, stasera non deve incontrare nessun pervertito di mezza età, considerando che ci sono io con lei.?

Mi lancia un’occhiata fin troppo perspicace per i miei gusti. ?Quindi andate entrambe da Gillian??

Annuisco.

Mi osserva ancora. Il suo sguardo si addolcisce, ma continua a tamburellare le dita sul bancone. Non è convinta. ?Se avesse in mente qualcosa di pericoloso me lo diresti, vero??

Mi sento soffocare dal senso di colpa ma, non so come, riesco a mantenere la voce ferma. ?Certo.?





25





Chi perde va in cantina




LA strada sterrata che porta al deposito di legname è sconnessa e stretta, ricoperta di erbacce che sfiorano come artigli la fiancata del suv. Avanziamo a passo d’uomo. I fari tagliano la coltre di alberi, illuminando frammenti di metallo arrugginito e legno marcio, ma il resto del deposito è avvolto nel buio. Sembra abbandonato. Deserto. Un luogo che non vede mai la luce.

?Questo posto è troppo inquietante? mormoro, serrando la presa sul volante. Raggiungiamo il cancello aperto.

?Ci viene sempre un botto di gente per falò e cose del genere. Non è così inquietante.?

Per me sì, invece. Le baracche e i macchinari rotti si stagliano in lontananza. Più ci avviciniamo, più il silenzio è opprimente. Niente grilli, niente uccelli, solo il debole ronzio del motore. Siamo quasi nello spiazzo principale del deposito. Rallento. La luce dei fari ricade su alcune lastre di cemento e sulle erbacce che spuntano dalle crepe.

Parcheggio. Il cuore mi batte a mille. Un attimo dopo, Jasmine sta già perlustrando l’area, saltellando per l’eccitazione.

E. Kennedy's Books