Thornbird(32)
?Esploro.? Maggie annuisce, ma non sembra infastidita.
?Ci vediamo alla macchina tra mezz’ora??
?Va bene.?
Mi incammino lungo il marciapiede e continuo a osservare le vetrine fino alla fine della via principale. Una volta all’incrocio, guardo dall’altra parte della strada: alberi spogli, panchine, un bel prato oltre una recinzione in ferro battuto. Mi sembra un parco come un altro. Poi, però, vedo le lapidi.
? il cimitero di Starling.
Una forza sconosciuta spinge le mie gambe tremanti in quella direzione. Non sono mai andata al funerale di mia madre – mi hanno spedita ad Allentown prima ancora che lo organizzassero – ma immagino che razza di circo mediatico dev’essere stato. Al tempo, la nonna mi disse solo che mamma era stata sepolta in città.
Qui.
Mi sento attratta dal cimitero proprio come ero attratta dalla baita. Ho il terrore di quello che mi aspetta e del vortice di emozioni che ne seguirà, ma ho bisogno di vedere con i miei occhi.
Cammino tra le lapidi leggendo i nomi finché non raggiungo una piccola pietra appena sopraelevata e mezza nascosta dalla vegetazione. L’erba sul davanti è tutta schiacciata: chissà quanta gente sarà passata nel corso degli anni: podcaster come Zed, probabilmente, o gente fissata con il macabro. La lapide è spoglia. Ci sono solo due date e un nome.
Sarah Mayfair
Hanno messo il suo cognome da nubile. Ha senso. La nonna non avrebbe mai fatto incidere ?Sarah Thorn? sulla lapide della figlia assassinata. Piuttosto, avrebbe raso al suolo tutta Starling.
Fisso il nome di mia madre e mi lascio travolgere dall’ultimo ricordo che ho di lei. Era in preda al panico... Correva da una parte all’altra per fare i bagagli prima che lui tornasse a casa. E io non ero d’aiuto. Anzi, semmai ero d’intralcio, perché non capivo cosa stesse succedendo. Volevo fare merenda. Volevo che giocasse con me. Volevo che la smettesse di spaventarmi con quello sguardo furioso negli occhi.
Se solo non l’avessi rallentata...
Beh, le cose non sarebbero andate così. Forse saremmo riuscite a scappare.
Le mie dita corrono d’istinto al diamante appeso al collo. Ma non c’è più, ricordo, con gli occhi pieni di lacrime. ? sparito.
?Mi dispiace tanto? sussurro. ?Mi dispiace da morire. Dovresti essere qui. Dovresti essere con me.?
Solo quando inizio a piangere mi rendo conto di cosa sto facendo. Mi guardo intorno, furtiva, per controllare che non ci sia nessuno. Mi asciugo il viso e mi costringo a indietreggiare, a lasciarmi alle spalle quel labirinto di lapidi. Torno alla macchina. Jasmine, Connor e Maggie sono già lì.
?Dov’eri finita?? mi chiede Jasmine.
?Ti ho scritto un sacco di messaggi? aggiunge mia zia. Non sembra arrabbiata, solo preoccupata. ?Avevi il telefono scarico??
?Scusate, mi sono dimenticata di guardarlo.?
?Devi vedere il vestito che ho comprato. ? troppo figo? esclama Jasmine rovistando in una delle tante buste ai suoi piedi.
?Non ti servivano solo gli orecchini?? chiedo, divertita.
?Non sono mai “solo gli orecchini”? si lamenta Maggie. ?Forza, ragazzi. Andiamo.?
Durante il ritorno rimango in silenzio e mi perdo a guardare il paesaggio che mi scorre davanti. Non appena arriviamo a casa, mi infilo una felpa e mi avvio verso lo sgabuzzino per mettermi le scarpe da ginnastica.
?Dove vai?? vuole sapere Jasmine.
?Vado a cercare la collana prima che faccia buio.?
I suoi lineamenti si addolciscono. ?Ehm, senti... L’altro giorno sono stata una stronza, ma mi dispiace davvero che tu l’abbia persa. So che ci tenevi.?
Non può capire. ?Grazie.?
?Ti aiuterei a cercarla, ma Sofia e... uff? fa una smorfia ?Sofia e Zed stanno venendo per una roba dell’annuario.?
Un motivo in più per scappare da qui. Non voglio avere niente a che fare con Zed e la sua ossessione per Gabriel Thorn.
Esco dalla porta secondaria e mi avvio per il sentiero, alla disperata ricerca di un po’ di solitudine. Camminando, penso a mia madre e alla sua splendida risata, ai capelli ondulati color cannella che le incorniciavano il viso, al suo profumo di vaniglia e rose. Ho troppi pochi ricordi di lei. Abbiamo passato troppo poco tempo insieme.
E mi si spezza il cuore. Perché, se non fosse stato per me, forse oggi sarebbe ancora viva.
12
Sangue fresco
STO correndo nel bosco. Grido aiuto, i sassi affilati come rasoi mi lacerano i piedi nudi.
Niente di nuovo. E infatti scorgo la radura davanti a me, ma non sono sollevata. Perché so cosa mi aspetta. Eppure, le gambe non si fermano. Non ci riescono.
Succede nello stesso modo di sempre. Prima che possa scappare lontano, due mani mi afferrano per le ascelle e mi tirano indietro. Alzo lo sguardo verso le chiome degli alberi. Le casette per uccelli pendono variopinte dai rami incorniciando il volto sereno di mio padre, che mi dice: ?Eccoti qui!? e mi bacia sulla tempia, facendomi il solletico con le mani.
Cerco di sfuggire alle sue dita e urlo dalle risate. Mi giro verso di lui, ed è allora che li vedo. Appesi agli alberi.
Non sono casette per gli uccelli.
Sono corpi.
Sei. Sei donne, con i lunghi capelli che ricadono sugli occhi e le teste reclinate in modo innaturale. Sono appese lì, pallide e senza vita.
?Ti piacciono i miei passerotti, Gabby? Vuoi unirti a loro??