Thornbird(33)
In un istante mi accorgo di avere una corda avvolta intorno al collo. ? sempre più stretta, non riesco a respirare...
Mi sveglio ansimando, a corto d’aria. Mi porto le mani al collo per liberarmi dal cappio.
?Ehi!? esclama Jasmine nell’oscurità. Un attimo dopo è già al mio fianco. ?Tutto bene? Hai avuto un altro incubo??
Un incubo. Tutto qui. Era solo nella mia testa.
Sono ancora aggrappata alle lenzuola. Allento la presa e faccio un respiro profondo per calmarmi.
?Va tutto bene? mi rassicura Jasmine. Mi dà una pacca un po’ goffa sulla schiena, come se non sapesse come comportarsi con quella sciroccata di sua cugina. ?Va tutto bene. Era solo un incubo. Stai bene.?
?Sì.? Ricaccio giù il panico e le faccio un sorriso forzato. ?Grazie. Lo so.?
?Sicura? Ne vuoi parlare??
? l’ultima cosa che vorrei. ?No, grazie comunque.?
Due minuti dopo sta già russando. Io non riesco a riaddormentarmi. Sbircio fuori dalla finestra: il cielo si sta schiarendo. Controllo l’ora sul telefono. Sono solo le sei. A questo punto, rimettersi a dormire è fuori discussione. Mi alzo, infilo felpa e jeans e mi rifugio nel bosco.
? un po’ troppo buio per passeggiare, ma un sottile raggio di luna filtra tra i rami, e ormai conosco bene la strada. Trovo una roccia su cui appollaiarmi. Osservo la valle, le Smoky Mountains in lontananza, e aspetto che sorga il sole.
Mentre me ne sto lì, sento dei passi in lontananza. Lo riconosco ancora prima di vederlo, è Everett.
Non appena mi scorge, il suo volto si distende in un sorriso felice. ?Ehi.? Rallenta il passo e si ferma. ?Cosa fai in piedi così presto??
?Foto? rispondo in automatico. Un attimo dopo, mi accorgo che sono un’idiota: quell’incubo mi ha turbata così tanto che non ho preso neanche la macchina fotografica.
Se n’è accorto anche lui. Il suo sorriso si allarga, ma non aggiunge altro. ?Speravo di incontrarti.?
?Davvero?? Mentre Everett va dritto al punto, non posso dire lo stesso di me. Altrimenti gli avrei risposto che anch’io faccio questa strada quasi ogni mattina nella speranza di incontrarlo. Non mi aspetto più di ritrovare la collana, ormai, eppure eccomi qui.
?Già. Immaginavo di beccarti a fare due passi. Volevo invitarti a colazione. Mio padre ha fatto i pancake.?
?Devo prepararmi per la scuola.?
?L’autobus passa tra due ore? mi fa notare. ?E se lo perdi, puoi sempre venire con me.?
Esito. Casa sua è accanto a quella degli Shipley, quindi abbastanza vicina. E con tutto quello che è successo questa settimana, non mi dispiacerebbe distrarmi un po’.
?Non so...? inizio a dire, ma Everett mi interrompe con il suo solito sorriso.
?Dai. C’è un botto da mangiare, e i cani andranno pazzi per te.?
I cani. Mi ha convinto.
?Va bene, ma faccio giusto un salto? mi arrendo.
?Andata.?
Camminiamo tra gli alberi in silenzio. Nonostante tutto, la sua presenza riesce stranamente a calmarmi. Presto il sentiero ci porta nella sua proprietà. Superiamo un gazebo di legno favoloso e un vecchio pozzo. Un braciere. Svariate aiuole all’ombra di alberi secolari.
L’esterno di casa James è dipinto con una vernice bianca un po’ scrostata, e direi che il portico scricchiolante ha sopportato qualche tempesta di troppo. Ci spostiamo verso la recinzione che delimita il cortile laterale. Sento i latrati dei cani prima ancora di vederli.
Parecchi di loro si precipitano scodinzolando verso la recinzione, strappandomi un sorriso.
?Sono tutti trovatelli?? esclamo.
?No, questi sono solo ospiti temporanei? mi spiega Everett. ?? l’attività secondaria di papà. Loro dormono nei box, i trovatelli dentro casa con tutte le comodità.?
Quando entriamo, mi raggiunge il profumo di pancake e deodorante per ambienti. Più un leggero sentore di cane bagnato, ma si sente appena. La casa è molto piena, ma non disordinata. Le pareti sono ricoperte di foto di famiglia e alcuni mobili sono graffiati, chiaramente a causa dei cani.
Cani che, in effetti, sono ovunque. Grandi, piccoli, di tutte le taglie.
Il primo che mi corre incontro è un mezzo pastore tedesco con il pelo arruffato e un orecchio abbassato. Scodinzola così forte che sembra stia per spiccare il volo. Everett mi dice che si chiama Max, e capisco subito che è un tesoro da come si lascia andare appena lo accarezzo.
Un piccolo terrier super vivace ci sfreccia davanti. Le zampette si muovono tanto velocemente che quasi non si vedono. ?Quello è Rocket? mi spiega Everett con un sorriso. ?Ha più energia che buon senso.?
In un angolo, un grande golden retriever anziano è spaparanzato nella cuccia, il pelo ingrigito tutto intorno al muso. ?Lei è Bella? continua, con voce più dolce. ?? stata la prima a venire qui. Ce l’abbiamo da quando papà ha aperto il rifugio.?
Vedo altri due cani: un robusto incrocio di bulldog di nome Duke, che mi rivolge un brontolio affettuoso quando gli gratto la schiena, e un elegante labrador nero di nome Shadow, che ci scruta con occhi calmi e intelligenti. ? chiaro chi sono i veri padroni di casa: ci sono coperte e giocattoli sparsi per tutto il soggiorno, e ciotole d’acqua in ogni angolo.
In cucina, JP sta girando i pancake sui fornelli. Quando entriamo, si illumina. ?Guarda chi si vede!?
Gli sorrido imbarazzata. Non so bene come comportarmi con il padre di Everett, soprattutto dopo la strana tensione che ho avvertito tra lui e mia zia, ma ha un modo di fare così amichevole che è difficile non ricambiare. ?Ciao. Grazie per l’invito.?