Thornbird(36)



Da vero principe azzurro qual è, Everett mi apre la portiera del pickup. Quando scivolo sul sedile, dice: ?Sei molto carina stasera?.

Sono come tutti i giorni a scuola, ma apprezzo il complimento. ?Grazie.?

La macchina non è nuova, ma è pulita e ben tenuta, il che è già tanto per un maschio. C’è una canzone country in sottofondo. Non capisco qual è, ma mi ricorda mio padre. A casa metteva sempre musica del genere.

Forse la mia espressione mi tradisce, perché Everett abbassa il volume e mi chiede: ?Che c’è? Non ti piace il country??

?Non saprei. Non lo ascoltiamo molto, ad All...? Mi mordo la lingua. ?In Europa. Non si sente molto in giro. A te piace??

Lui annuisce e mi sorride. ?Sai che i cowboy del Far West cantavano agli animali per evitare che si imbizzarrissero? ? da lì che nasce il country. Calma le bestie selvagge, a quanto pare.?

Mi sforzo di sorridere. Quanto vorrei che avesse calmato pure mio padre.

Guardo il piccolo deodorante verde per ambienti che pende dallo specchietto retrovisore. ?Insomma, vuoi dirmi dove andiamo??

?No. ? una sorpresa, te l’ho detto.?

Spero che Jasmine abbia torto e che non sia il luogo di ritrovo degli adolescenti arrapati di Starling. Mi agito solo a pensarci, ma mi rendo conto che forse non mi dispiace l’idea di baciare questo ragazzo. A patto che la chiuda lì e che non si aspetti di andare oltre. La prima volta che ho fatto sesso con Marco è stato imbarazzante da morire. Ma qualche bacio... Beh, quello posso gestirlo.

Metto le mani in grembo, intrecciando le dita.

?Sembri nervosa? osserva Everett. Il sorriso si allarga. ?Tranquilla, è normale. Faccio questo effetto alle ragazze.?

Il suo commento presuntuoso raggiunge l’obiettivo: scoppio a ridere e alzo gli occhi al cielo, più rilassata. ?Non ho alcun dubbio.?

?A parte gli scherzi, però, tutto bene??

?Forse sono un po’ nervosa. Non ho mai avuto un vero appuntamento, finora.?

?Aspetta, davvero??

?Davvero.? Mi sento avvampare. ?Cioè, avevo una specie di ragazzo nella mia vecchia scuola. Ma non siamo mai usciti seriamente.?

?E allora che facevate??

?Ci vedevamo a casa sua, a casa mia. Oppure a scuola. Niente di ufficiale come adesso.?

?Beh, allora devo fare in modo che questa serata sia memorabile.?

Quando ci fermiamo, il sole sta tramontando e proietta ombre scure sulla ghiaia. Everett prende una torcia dal cruscotto e mi raggiunge davanti ai fari del pickup. Mi prende per mano, intrecciando le dita alle mie. Camminiamo in silenzio finché non scorgo tra gli alberi una sagoma che si staglia contro il cielo: è un ponte sospeso. All’ingresso è appeso un cartello di legno con la scritta: SOLO PEDONI – QUATTRO ALLA VOLTA.

Il perché è chiaro. Non appena Everett mette un piede sulla prima asse di legno, tutto sembra oscillare sotto di lui.

Esito.

?Tutto bene?? Si volta a guardarmi, ma non rispondo. Allora torna indietro e mi prende di nuovo per mano. ?? sicuro, credimi.?

?Mi sembra instabile? gli faccio notare, ma poi lo seguo. Avanziamo un po’, barcollando per tutto il tragitto. ?Cosa c’è dall’altra parte??

?Dall’altra parte non ci si può andare. ? proprietà privata.?

?E allora dove stiamo andando??

?Qui.? Siamo quasi al centro del ponte. Con un sorriso appena accennato, Everett mi fa voltare. ?Guarda.?

Da qui vedo il fiume e il sole al tramonto che infuoca la superficie dell’acqua come una striscia di lava. Il cielo è di mille sfumature: rosa, arancione, lavanda. ? uno spettacolo mozzafiato. Il tramonto più bello che io abbia mai visto.

?Oh.? Non so che altro dire.

Fisso ipnotizzata quello spettacolo, ma mi accorgo comunque che Everett ha spostato una mano sul mio fianco e si è avvicinato, appoggiando la guancia contro la mia tempia. ? una sensazione piacevole.

Restiamo così finché il sole non sparisce dietro le colline. Solo allora abbasso lo sguardo e noto i lucchetti. Sono pochi, attaccati alla recinzione di metallo sul un lato del ponte. ?Oh, guarda. Sono come quelli che ci sono a...?

?Parigi? conclude Everett.

?Esatto. Il Pont des Arts? confermo, ricordandomi il nome.

?Ecco, questa è la brutta copia americana.? Si china e sfiora un lucchetto. ?Hai un piede di porco?? scherza.

?Eh?? Mi avvicino per osservare il metallo argentato. Riesco a distinguere solo alcune lettere di un nome scritto in viola: SOFI.

Sofia.

All’improvviso capisco. ?Aspetta. ? tuo e di Sofia??

Mi risponde con un sorriso cinico. ?Di Sofia e Sofia, più che altro.?

?La portavi qui??

?No, non siamo mai venuti insieme. Gliel’avevo proposto – mi sarebbe piaciuto farle vedere questo tramonto – ma diceva sempre di no. Troppi insetti per i suoi gusti. Quando si trattava di uscire, non è che avessi molta voce in capitolo.? Molla il lucchetto e si raddrizza. ?L’ha messo qui un paio di mesi fa e mi ha mandato una foto. Come se bastasse a farmi cambiare idea.?

Inclino la testa verso di lui. ?Perché l’hai lasciata??

Everett sposta lo sguardo sul fiume. Si appoggia alla ringhiera e ne accarezza il bordo scheggiato con le dita. ?Non ne potevo più. Della nostra storia, di lei. Gli altri dicevano che eravamo fatti per stare insieme, e Sofia l’aveva presa molto sul serio. Era lei a prendere tutte le decisioni, e io dovevo adattarmi. All’inizio era carino. Insomma, ci teneva un sacco alla nostra relazione. Ma a un certo punto mi sono rotto di farmi comandare a bacchetta. L’ho lasciata dopo il ballo di fine anno. E lei...? Sospira sconfitto. ?Non credo l’abbia accettato. Secondo me è convinta che sia solo una fase e che torneremo insieme. Ma non è così. ? finita e basta.?

E. Kennedy's Books