Thornbird(71)
Alza un sopracciglio. ?Davvero??
?Davvero. Ma nel tragitto vorrei fotografare la natura. Nuovi paesaggi, animali selvatici...?
Chase mi guarda, mi guarda davvero, come se fosse la prima volta. ?Non mi sembravi il tipo.?
?Quand’ero piccola, mi piazzavo fuori casa e passavo ore a guardarmi intorno? gli racconto sorridendo. ?Mi sdraiavo sull’erba, ascoltavo il vento, cercavo di imitare il canto degli uccelli. Mi sembrava... non so... tutto un altro mondo. Un rifugio dalla realtà, che era tutta una follia.?
Mi guarda. Aspetta.
?Ho sempre sognato di fare la fotografa, magari di girare documentari sulla natura. Mi piacerebbe mostrare tutte quelle piccole cose che nessuno guarda mai: il modo in cui le ombre cambiano forma sul terreno, nel bosco, o quella specie di danza che fanno gli uccelli quando prendono il volo.?
?Documentari sulla natura, eh? Come quelli in tv??
?O quelli indipendenti. Qualunque cosa mi aiuti a far vedere il mondo come lo vedo io.?
?Non me lo sarei aspettato da te, Shipley.?
?Siamo entrambi pieni di sorprese, allora.?
Un piccolo sorriso gli incurva gli angoli della bocca. Per un attimo, ogni traccia di tensione scivola via.
Sposto la torcia intorno a noi. Ecco la prima casetta per uccelli. Abbandono il sentiero principale e mi immergo nel fitto degli alberi. ?Vieni, ci siamo quasi.?
Siamo anche più vicini di quanto pensassi. Ancora una decina di passi e la baita si affaccia nel fascio di luce gialla della torcia. Lo studio si staglia piccolo e severo tra gli alberi. ? avvolto da un groviglio di rovi e piante rampicanti che lo rendono quasi invisibile. Al buio sembra uno scheletro abbandonato, e il legno consumato ha preso il colore grigiastro delle ossa. All’ingresso c’è ancora il nastro della polizia, ma non ci impedisce certo di entrare. Scivoliamo dall’altra parte senza difficoltà.
Dentro, l’aria sa di muffa. Il silenzio è pesante, rotto solo dai deboli scricchiolii delle assi che si adattano al nostro peso.
?E comunque? biascica Chase ?se volevi imboscarti con me al buio, bastava chiedere.?
Gli lancio un’occhiataccia e gli punto la torcia dritta negli occhi. ?Ti piacerebbe.?
Scoppia a ridere. Sa che mi sta dando fastidio. Ed è l’ultima cosa che voglio, perché adesso farà l’idiota anche più di prima.
Non ci vuole molto per capire che non succederà un bel niente, qui dentro. Altro che rivelazione. Lo studio è un guscio vuoto, privato di ogni senso di familiarità. Un mucchio di legno grezzo contornato da ombre perenni. Nel punto in cui sollevarono le assi, al centro del pavimento, adesso c’è un buco, con gli angoli scheggiati e i chiodi che sporgono come denti affilati. ? qui che la polizia ha trovato i disegni di mio padre e alcuni oggetti appartenenti alle vittime. Adesso è solo un buco vuoto, una brutta cicatrice nel cuore della baita.
Sembra una tomba, sventrata e abbandonata. Per quanto ci provi, non riesco a ignorare la delusione cocente che mi stringe il petto. Da brava stupida, mi ero illusa che questo posto mi avrebbe sbloccato dei ricordi. Momenti passati con mio padre, indizi dimenticati, qualcosa che spiegasse perché era tanto convinto che io conoscessi la verità sui cadaveri.
Invece, a quanto pare, lo studio è stato svuotato all’epoca. Non è rimasto nulla.
?Che hai?? mi chiede Chase.
?Niente? mormoro, evitando il suo sguardo. ?Andiamo.?
?Sei seria? Abbiamo fatto tutta questa strada per stare, tipo, tre secondi? Tutto qui?? La sua voce tradisce una certa irritazione.
?Scusa. Non mi aspettavo di trovarlo vuoto.? Mi giro verso la porta.
Questa volta, camminiamo nel più completo silenzio. Mi fermo solo quando usciamo dal sentiero e ci ritroviamo davanti alla casa grande. Osservo il portico sul retro, poi raddrizzo le spalle e lo raggiungo.
?Adesso hai deciso di entrare?? dice Chase sempre più infastidito.
L’entrata sul retro è sbarrata. Senza perdere tempo, faccio il giro della casa. Spalanco la porta. La serratura sembra rotta già da tempo.
Lancio un’occhiata a Chase. ?Vieni??
Mi raggiunge senza dire una parola.
Entro nella mia casa d’infanzia. Per un istante resto paralizzata sulla soglia, i miei piedi si rifiutano di muoversi. Poi, però, sposto la torcia verso il soggiorno e mi sento inaspettatamente tranquilla. Non mi sembra affatto di stare nella mia vecchia casa. In questo periodo dell’anno, il camino era sempre acceso. Quasi non la riconosco, adesso che i mobili sono spariti o ridotti in pezzi sul pavimento. Ci sono calcinacci ovunque. Non c’è niente che mi ricordi il posto in cui sono cresciuta.
Questo mi spinge a fare un altro passo. E un altro ancora.
I battiti accelerano. Sono davanti alla camera da letto dei miei genitori. Sposto la luce all’interno: il letto sotto cui mi ero nascosta non c’è più. Adesso è solo una stanza piena di spazzatura. Irriconoscibile. Ora che ci penso, Zed ha detto che si vedevano ancora le macchie di sangue nel punto in cui mia madre è morta dissanguata. Ma è troppo buio per distinguerle.
?Mi dici cos’è che stiamo cercando?? mi chiede Chase, fermo dietro di me.
Alzo le spalle. Non ne ho idea. Speravo che lo studio, e adesso la casa grande, mi rinfrescassero la memoria. Che mi sarei ricordata di uno scomparto segreto o qualcosa del genere. Un doppio fondo, un’asse del pavimento un po’ allentata, un punto nascosto in cui mio padre potesse avermi lasciato un indizio.