Thornbird(94)
?E se non funziona? Se non funzionano neanche tutte le sedute del mondo??
?Almeno provaci.? Natalie scuote la testa, frustrata. ?Non sto dicendo che devi farlo per me o per le altre famiglie. Ma da qualche parte, lì fuori, ci sono le risposte che cerchiamo. Fallo almeno per te stessa, no??
Le sue parole mi restano attaccate addosso per il resto della giornata. Ha ragione. Due sedute non bastano.
Devo continuare a provarci, non importa quanto ci vorrà. Perché se riuscirò a dare un po’ di pace a quelle famiglie, smetterò di sentirmi perennemente in fuga dal passato.
E forse potrò cominciare a perdonarmi.
39
Non è così semplice
MAGGIE accetta di venirmi a prendere a scuola, il giorno dopo, per portarmi a Nashville. La dottoressa Wilmer è riuscita a fissarci un appuntamento perché un paziente ha disdetto all’ultimo minuto. Appena suona la campanella, mi alzo di scatto e corro verso l’armadietto.
?Ryan.? La voce di Chase sovrasta la confusione del corridoio. Si avvicina e mi lancia un’occhiata addolorata. ?Prima o poi mi rivolgerai la parola? Tipo con delle frasi intere e non solo a monosillabi in chat??
Prendo tempo, senza guardarlo negli occhi. ?Non lo so.?
Lui ridacchia. ?Sei sincera, se non altro.?
?Mi odiano tutti, Chase.?
Entrambi ci accorgiamo di quanto è stanca la mia voce. Stanca e sconfitta.
?Io non ti odio? dice piano. Si avvicina, la mano che sfiora la mia.
?No?? Ho ancora troppa paura per guardarlo negli occhi.
?No.?
Il corridoio ormai è deserto. Adesso è più vicino, si sporge verso di me, mi accarezza la guancia. Prima che io possa fare qualsiasi cosa, le sue labbra sono sulle mie.
Per un secondo mi lascio andare. Mi sciolgo in lui. Mi sento al sicuro. Desiderata. Ma poi la realtà mi piomba addosso, mi schiaccia, e mi tiro indietro, spezzando il bacio.
?No.? Scuoto la testa. ?Non me lo merito.?
Si acciglia. ?Di che parli??
?Lo sai benissimo.? Mi trema il labbro. ?Mio padre era un assassino. Io... mi porto un marchio addosso. Non sarò mai nient’altro che sua figlia. Per tutti. Non vedranno mai nient’altro.?
?Stronzate. Non è quello che vedo io quando ti guardo.?
?Però io sì? sbotto. ?Sempre. Non riesco a scrollarmi questa cosa di dosso. E non merito... non merito di stare bene. Di avere te.?
Chase stringe i denti. ?No. Non hai il diritto di decidere al posto mio.? Allunga la mano, ma mi ritraggo.
?Non è così semplice.?
?Sì, invece. Non me ne frega niente di quello che ha fatto tuo padre. Non ti rende uguale a lui. Tu sei forte, hai vissuto l’inferno eppure sei ancora qui. Quindi non venirmi a parlare di quello che non ti meriti. Perché ti meriti molto più di quello che hai avuto, cazzo.?
Vorrei dargli ascolto, davvero, ma la vergogna me lo impedisce. ?Forse un giorno ti crederò. Ma non adesso.?
Sbatto l’armadietto e mi volto, mollandolo in mezzo al corridoio. Corro fuori dalla scuola e mi costringo a non guardarmi alle spalle. Raggiungo il suv di Maggie.
La dottoressa Wilmer ha detto che riuscirà a visitarmi solo se arriveremo entro le cinque, non un minuto più tardi, così mia zia infrange tutti i limiti di velocità per arrivare in tempo.
?Ti aspetto qui? mi dice appena la dottoressa ci accoglie.
?Grazie.?
Un minuto dopo mi lascio cadere sulla poltrona dello studio, circondata dalle pareti azzurre e tranquillizzanti e dalle dolci note della musica.
Come al solito, la dottoressa va subito al punto. Si accomoda sulla poltrona e mi guarda con la sua espressione calma. ?Respiriamo? inizia. ?Bei respiri profondi, d’accordo? Inspira dal naso... uno... due... Espira dalla bocca... tre... quattro...?
Respiriamo insieme per diversi minuti, e la sua voce diventa una cantilena che mi trasporta in uno stato di rilassamento totale.
?Oggi cerchiamo di scendere più in profondità, Ryan. Per te va bene??
?Mmm-mm? mormoro, cercando di mantenere un respiro regolare.
?Bene. Voglio che visualizzi una scala. Una scala che ha esattamente dieci gradini. Stiamo scendendo, e a ogni gradino il mondo attorno a te si fa più calmo, sempre più calmo. Scendiamo i gradini, Ryan. Dieci... nove... inspira dal naso... otto... sette... espira dalla bocca.?
Ascolto la sua voce e visualizzo quei gradini, uno alla volta. Mi sembra che il cuore stia rallentando.
?...tre... due... uno.?
Immobilità. Ovunque, intorno a me, il mondo è fermo e silenzioso.
?Adesso voglio che tu chiuda gli occhi. Lascia che cali il buio.?
Obbedisco. Tutto diventa nero.
?Inspira... espira... E adesso... guarda. Dove ti trovi??
?Nello studio di papà.?
I raggi del sole mi accarezzano le palpebre chiuse. Filtrano dalla finestra della baita. Mi guardo le mani. Sono piccole. Sporche di vernice. Chiazze blu e rosse.
?Sto dipingendo una casetta per uccelli? le dico.
?Sei sola o c’è anche tuo padre??
Con una smorfia, cerco di concentrarmi sulla scena.
?Rilassa i muscoli del viso? dice la dottoressa Wilmer col suo tono tranquillo. ?Non ti sforzare. Respira e basta. Concentrati sulla casetta.?
Mi guardo le mani – piccolissime – che stendono la vernice sul legno.