Thornbird(96)
?Dopo il diploma, sì. Questa non è casa mia. Non sarei mai dovuta tornare. E non l’avrei fatto, ma non sapevo dove altro andare.?
Connor mi fissa per un istante, il volto pieno di tristezza. ?Prima o poi Jazzy la supererà. Te lo giuro. Forse pure Everett, un giorno.?
Non riesco nemmeno a deglutire. ?Forse.?
?Sì? insiste lui. Ma non ne sarei così sicura.
La nostra chiacchierata ha alleviato almeno un po’ il macigno che mi schiacciava il petto, ma per tutta la notte non faccio che rigirarmi nel letto, con la mente affollata da pensieri e preoccupazioni. La seduta con la dottoressa Wilmer mi ha devastata, ma mi ha anche lasciato la sensazione di essere arrivata proprio ai confini di qualcosa di importante.
Quando mi addormento, il sogno inizia, gentile come una brezza di primavera.
Sono di nuovo piccola, nel bosco. Mio padre è al mio fianco, mi tiene per mano come fa sempre quando veniamo qui insieme. Ha una mappa, disegnata a mano su un foglio azzurro tutto arricciato e spiegazzato, ricoperto di piccoli simboli. Li ha fatti papà, e ognuno rappresenta una casetta per gli uccelli. ? la cosa che amo di più al mondo: passare da una casetta all’altra, controllare le mangiatoie, riempire i contenitori dei semi, sbirciare tra i rami per vedere se ci sono nidi nuovi.
?E adesso a chi tocca?? chiede papà con gli occhi che brillano.
Controllo la cartina, i segni delle gabbiette sono sparpagliati nel bosco formando una specie di sentiero. Traccio il percorso con il dito. ?Alla dendroica delle magnolie!?
Le sue dita si stringono intorno alle mie, sono calde e forti, mi guidano lungo un sentiero ben battuto, verso...
Apro gli occhi di scatto.
Mi tiro su, mi guardo intorno, il cuore batte così forte che mi schizza fuori dal petto. Sono nella camera di Jasmine, un pallido sole filtra attraverso le tapparelle. La sveglia sul comodino di mia cugina segna le cinque e mezzo del mattino.
Rimango lì, a fissare il soffitto, il respiro spezzato. Vedo ancora la mappa nella mia mente. Ogni gabbietta, ogni svolta, ogni albero da superare.
Mio padre aveva ragione. Sin dall’inizio.
So dove sono i corpi.
40
I suoi splendidi passerotti
MI metto in ginocchio sul letto, allungo la mano per tirare fuori la valigia e ci frugo dentro finché non trovo l’album di mia madre. Lo sfoglio ed eccola: una foto di me e della prima casetta che io e papà abbiamo costruito insieme. La tengo in mano con un sorriso gigantesco stampato in volto, orgogliosissima.
Sulla pagina accanto c’è la mappa.
Fisso quel grosso foglio di carta azzurra, studio gli scarabocchi che facevo a sette anni per segnalare le posizioni delle casette. Accanto c’è la sua grafia. Annotava quali uccelli avevano fatto il nido, e dove.
Ci sono decine e decine di nomi, ma solo tre mi saltano agli occhi subito.
Zigolo indaco.
Dendroica delle magnolie.
Fringuello viola.
Sono quelli che ha citato nella lettera d’addio. Come mi aspettavo, sono raggruppati in un’area ristretta, proprio in fondo alla proprietà. Quelle casette me le ricordo abbastanza bene. Ce n’era una a strisce, una viola con i puntini neri, e poi quella con un gigantesco sole dipinto sul tetto...
Prendo una matita dalla borsa. Con l’album in grembo, traccio una linea tra le prime due: zigolo indaco e dendroica delle magnolie. Un’altra linea collega la dendroica al fringuello. Completo il triangolo unendo il fringuello allo zigolo.
E lì, proprio al centro del triangolo, c’è una gabbietta.
Cardinale rosso.
Salve, eminenza.
Salto giù dal letto, mi vesto in fretta ed esco dalla stanza con la mappa in tasca e il cellulare in mano. Maggie e Dan hanno il sonno pesante, perciò non c’è bisogno di fare piano, e manca ancora parecchio alla sveglia. Per mezz’ora posso stare tranquilla. Ho tutto il tempo.
Solo che ho dimenticato una cosa. Jasmine dorme in salotto. E senza i miei incubi a tenerla sveglia, non si è messa i tappi, il che significa che appena passo accanto al divano si stiracchia e farfuglia: ?Ryan??
Merda.
?Rimettiti a dormire? le dico. ?Esco a prendere un po’ d’aria.?
Sento il fruscio del divano: si sta girando dall’altra parte. Tiro un sospiro di sollievo. Se l’è bevuta.
Mi allaccio gli anfibi ed esco dalla porta sul retro. Chiamo Chase.
?Ryan?? risponde, la voce impastata di sonno.
?Ehi. Lo so che è presto da far schifo, e mi dispiace svegliarti, ma puoi venire a prendermi? Ho bisogno di una mano.?
?Che succede??
?Ti spiego quando arrivi. Però vieni, ti prego.?
Un attimo di pausa. ?Va bene. Tra dieci minuti sono da te.?
?Puoi chiamare Everett? Deve venire anche lui. Digli che è importante. Al limite supplicalo.?
Un altro istante di silenzio.
?Okay, va bene? dice alla fine. ?Ci penso io.?
?Grazie. Mi faccio trovare in fondo al vialetto.?
Riaggancio e vado nel garage, che Dan lascia sempre aperto. Individuo un paio di pale. Mentre mi guardo intorno cercando di capire cos’altro mi possa servire, un’ombra si staglia contro la porta. ? Connor, con i pantaloni della tuta e una vecchia maglia dei Titans, le scarpe slacciate.
?Che accidenti ci fai qui?? esclama.
Colgo un movimento, e quando mi giro c’è anche Jasmine. Evidentemente non se l’era bevuta.