Thornbird(98)



Gli sto dietro mentre avanza tra la pietra grezza e la terra. Cominciamo a vedere fogli inchiodati alle pareti.

Disegni.

Di donne.

Ho già visto le opere di mio padre e le riconosco subito.

Sono i disegni di Gabriel Thorn.

?Oddio? sussurro, paralizzata. ?Ci siamo. ? il suo covo.?

I miei piedi si rifiutano di muoversi e Chase deve essersene accorto, perché allunga la mano dietro la schiena a cercare la mia. Le nostre dita si intrecciano.

?Va tutto bene? dice con voce roca. Aspetta un segnale da parte mia, qualcosa che gli faccia capire che me la sento di andare avanti.

Faccio alcuni respiri profondi, poi annuisco. ?Ci sono. Continuiamo.?

Chase si muove lentamente e io lo seguo. Polvere e ragnatele mi annebbiano la vista. Si ferma quasi subito. Sbirciando da sopra la sua spalla, vedo una robusta porta di metallo.

Quando la apre, nel tunnel riecheggia un cigolio acuto. Poi una ventata di aria umida e stantia mi colpisce in faccia.

?Cazzo? mormora Chase, illuminando tutto intorno.

Sento il suo corpo che si irrigidisce. Si volta verso di me. ?Ryan.? Mi stringe il braccio. ?? meglio se torni indietro.?

Mi sta proteggendo da qualcosa. E anche se vorrei assecondarlo, c’è una forza che mi attrae, una curiosità morbosa mista a terrore che mi spinge a scuotere la testa. ?No. Voglio vedere.?

?Che cosa c’è?? chiede Connor alle mie spalle.

Chase rimane concentrato su di me. ?Sei sicura??

Sussulto. So già che, qualsiasi cosa ci sia dietro quella porta, rimarrà con me per sempre. Non riuscirò mai a dimenticare. Ed è un pensiero che mi spaventa, ma allo stesso tempo sento che è sempre meglio di non sapere, meglio di tutti gli anni che ho passato a cercare invano la verità.

?Andiamo? dico, ferma.

Entriamo nell’antro. Devo coprirmi la bocca con la mano per proteggermi dall’aria fetida, densa di muffa. La prima cosa che vedo sono le gigantesche gabbie per uccelli. Come quelle che gli ho visto costruire così tanti anni fa, ma molto più grandi.

Dentro ogni gabbia c’è uno scheletro.

Alcuni sono tutti ossa, altri indossano dei gioielli. I capelli sono lunghi e sfibrati, le orbite ridotte a cavità vuote. Alcuni hanno ancora le mani strette intorno alle sbarre.

Eccola, la collezione perversa di mio padre. I suoi splendidi passerotti erano sepolti qui sotto.

Non riesco a staccare gli occhi da quella grottesca esposizione. All’improvviso mi ricordo cosa mi ha detto quel giorno, quando avevo sette anni e lo guardavo costruire una gabbietta.

?Oh, passerottino. Perché queste belle creature non dovrebbero avere un posto dove stare??

?Ma, papà, con le gabbie non possono andare e venire. Sono in trappola.?

?Certi uccellini sono così belli che non possono non appartenere a qualcuno. Altrimenti li vorrebbero tutti. Sarebbero in pericolo.?

Mio padre era convinto che queste donne fossero troppo belle, troppo preziose. Dovevano appartenere a qualcuno.

A lui.

Nella sua mente contorta, pensava di proteggerle.

E invece le ha uccise.

Osservo disgustata le gabbie, che sono agganciate al soffitto. Una, due, tre... Dio mio, sono così tante. Sono rimaste qui fino alla morte. Forse mio padre si prendeva cura di loro, le nutriva. I suoi piccoli passerotti. Ma alla fine...

?Gesù? mormora Connor. ?Non ci credo.?

Con una mano alla bocca, passo da una gabbia all’altra. Non so cosa pensare. Una piccola parte di me ha sempre sperato che fosse tutto un gigantesco errore, che mio padre fosse in qualche modo innocente, che stesse proteggendo qualcun altro. Ma questo spettacolo orrendo riduce in polvere ogni speranza.

Era davvero un mostro.

Poi sentiamo un urlo improvviso e sobbalziamo.

?Ma che cazzo? grida Jasmine. Osserva l’antro angusto con occhi spiritati.

Everett, atterrito, le sta accanto. Poi rimane immobile sulla soglia mentre Jasmine ci raggiunge barcollando.

?Guardate? dice Chase. ?Tutte le gabbie hanno una targhetta.?

Ha ragione. Alla base di ogni gabbia c’è una targhetta con un nome inciso. Connor passa il polpastrello su quella più vicina per togliere la polvere, poi legge ad alta voce.

?Passerotto Lydia.?

Lydia Singh. La prima vittima di mio padre.

Connor legge i loro nomi. Fa l’elenco delle donne che sono morte per mano di mio padre.

Passerotto Violet. Passerotto Joanna. Passerotto...

Dio, mi sento male.

Distolgo lo sguardo. Non ce la faccio.

? stato mio padre. Le ha preservate, le ha intrappolate in questa voliera sotterranea. Non c’è neanche un briciolo di umanità in quello che ha fatto. ? una galleria di morte, un orripilante altare innalzato alla sua ossessione.

Fisso le pareti, studio le foto e i disegni che ha appeso nell’antro, forse per renderlo più accogliente agli occhi dei suoi passerotti. Foto di uccelli, foto delle donne stesse. Nella sua mente, erano la stessa cosa. Creature splendide da tenere vicino, strette a sé.

Noto un tavolino di legno addossato al muro e lo raggiungo. ? coperto di polvere. Sopra, un mucchio di disegni. Sono tanti, accatastati gli uni sugli altri. Lì accanto c’è un diario rilegato in pelle. Anche se so che non dovrei farlo, non riesco a fermarmi. Lo prendo, e con mani tremanti comincio a sfogliarlo.

Lydia oggi è malinconica. Ancora non capisce perché non può volare. Le ho spiegato che è in trappola per il suo bene. Perché la amo. Perché voglio che sia al sicuro.

E. Kennedy's Books